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“Non si può risolvere un problema con la stessa mentalità che lo ha generato”
Albert Einstein

Comfort food: la memoria nel piatto

Comfort food: la memoria nel piatto

Il cibo non rappresenta, per noi umani, soltanto un mero strumento di sopravvivenza fisica: assegniamo inevitabilmente tutto un complesso di significati sociali e affettivi al cibo tant’è che, lo diceva già Lévi-Strauss, ciò di cui ci nutriamo non è mai solo buono da mangiare, ma necessariamente anche “buono da pensare”.

Il cibo ha tuttavia un significato affettivo ambivalente e apparentemente contradditorio: può rappresentare un “coccola”, un modo, come altri, di volersi bene e concedersi un piccolo piacere per rinfrancarsi dopo una brutta giornata, ma può rappresentare anche una modalità automatica e compulsiva di reagire alle difficoltà della vita, “anestetizzando” qualunque disagio affettivo dietro un falso senso di fame. In questo secondo caso, in realtà, stiamo mangiando le nostre emozioni senza riuscire né a viverle pienamente né a gustare realmente ciò che mangiamo.

Fra questi due estremi sta l’infinita e variegata variabilità del comportamento umano nei confronti del cibo e del potere consolatorio dei cosiddetti comfort foods.

Ma in cosa consistono esattamente?

Vari studi in campo psicologico e nutrizionale riportano una distinzione fondamentale: da una parte esistono cibi che contengono elementi nutritivi, i quali vanno a interagire direttamente con il nostro umore (per es. le banane o gli spinaci). Dall’altra parte esiste, appunto, il comfort food, cioè quel cibo che, grazie alla capacità del nostro cervello di fare associazioni tra un evento piacevole e specifiche sensazioni come odori, sapori e consistenze del cibo, fornisce felicità a livello psicologico. Il comfort food è infatti quella pietanza che ristora l’anima e il corpo, quel piatto che dopo una giornata decisamente no ha il potere di farci sentire protetti, coccolati e appagati.

L’aggettivo comfort sta ad indicare la capacità del cibo di confortare, consolare, coccolare, di soddisfare un bisogno sia fisico ma soprattutto emotivo. In fondo riesce a colmare le mancanze in momenti di stress fisici ed emotivi che ognuno di noi accumula durante la giornata.

Quello che è certo, infatti, è che il comfort food ha un potere palliativo e rigenerante non per le sue proprietà nutritive, ma perché è quello di cui abbiamo voglia quando vogliamo coccolarci e l’effetto placebo è evidente fin dal primo morso.

Il comfort food è figlio della comfort zone, un luogo familiare e intimo in cui ci rifugiamo quando fuori imperversano impegni e scadenze, e cambia da persona a persona. Non esiste, infatti, un comfort food adatto a tutti: ognuno confida le proprie debolezze, sopperisce alle proprie mancanze, con un piatto in particolare, perché legato a sensazioni a ricordi del tutto personali. Può identificarsi in quella torta di mele che preparava sempre la nonna, quel piatto del cuore che preparava per anni per il pranzo della domenica, quel cibo legato alla propria infanzia che al sol pensiero vi fa tornare bambini, legato ad una persona cara, ad un posto, un luogo, un ricordo felice. Ognuno ha il suo rimedio di gola per stare bene.

Gli psicologi chiamano questa categoria di cibo “surrogato sociale”, cioè esperienze non umane che ci fanno sentire uniti con gli altri. Infatti non solo mangiare comfort food ci fa sentire meglio e quindi in qualche modo ha lo stesso effetto degli amici, ma anche il solo pensare a questi cibi ha un effetto positivo sul nostro umore.

Ci sono però anche degli effetti negativi a lungo termine. Nella vita adulta un buon indicatore della salute psicologica e della capacità di gestire le emozioni e gli stress non è data tanto dal tipo di strategia che adottiamo per sentirci meglio, ma soprattutto da quante modalità diverse e variegate possiamo adottare per affrontare le difficoltà e darci conforto. Un rapporto sano col cibo non significa non utilizzarlo mai come comfort food, piuttosto poter ricorrere anche ad altre forme di conforto nei momenti di stress: leggere un libro, ascoltare della musica, cucinare, andare a fare shopping piuttosto che andare a correre o in palestra… Tante attività possono essere di conforto e, se lo sono realmente, ci lasciano uno stato d’animo più sereno con il quale ci sentiremo più in grado di affrontare la situazione. Quando i comfort foods rappresentano invece una dipendenza, e quindi l’unica modalità con cui reagire alle avversità della vita, dopo un temporaneo sollievo lasciano generalmente sensi di colpa, tristezza e autosvalutazione che peggiorano lo stato di sconforto iniziale rischiando di innescare un pericoloso circolo vizioso. In questo caso quella porzione di lasagna o quel pacco di biscotti non avranno rappresentato una reale coccola per rinfrancarci, piuttosto l’ennesima sconfitta verso noi stessi e la nostra capacità di gestire e decidere della nostra vita…

In generale, quando siamo dipendenti dai comfort foods stiamo soltanto “mangiando” le nostre emozioni per non sentire ciò che ci disturba allontanandoci sempre di più dal vero problema e mettendoci nelle condizioni più difficili per affrontarlo.

Spesso la scelta di seguire un regime alimentare più sano dipende o viene comunque largamente influenzata da dinamiche relazionali e modalità di pensiero caratteristiche. La sensazione è che il cosiddetto “emotional eater”, ossia colui che non riesce a seguire delle sane regole alimentari poiché tentato dal cibo a trasgredire, utilizzi il cibo non solo come sostituto simbolico di qualcosa che manca, ma come vero e proprio “oggetto” con il quale creare un rapporto che sia fonte di una qualche forma, seppur surrogata, di soddisfazione. “Non riesco a dire questa cosa”, “Non riesco ad avere una relazione soddisfacente con questa persona”, “Non sono soddisfatto di me”, “Non riesco ad impormi”, “Non riesco a risolvere questo problema sul lavoro” sono alcune delle affermazioni alle quali segue il ricorso al cibo come mezzo di consolazione. Cosa avviene nello specifico e perché ricorriamo al cibo anche se non lo vorremmo e dopo, spesso, ci sentiamo anche in colpa?

In tutte queste dinamiche c’è uno spostamento (dalla realtà del qui ed ora, dalla situazione conflittuale o dal problema che non riusciamo ad affrontare e risolvere, quindi da un focus interno), a qualcosa che ci dà soddisfazione, anche se momentaneamente (focus esterno), che ci fa sentire meglio e ci allevia le sofferenze date dall’ansia, dalla tristezza e dalla rabbia, ci conforta e ci rassicura, facendoci ritrovare l’ottimismo ed il buonumore, anche se solo per un momento. Già agli albori della psicoanalisi era stato studiato il rapporto tra uomo e cibo ed il significato simbolico che questo assume, al di là della mera e semplice funzione nutritiva. Pensiamo, per esempio, alla fase orale nello sviluppo del bambino descritta da Freud, al rapporto con la madre nel periodo dell’allattamento descritto da Melanie Klein, ed anche alla cosiddetta “personalità orale” di cui si parla in bioenergetica. Quest’ultima, in particolare, si sviluppa nella misura in cui al bambino non viene dato cibo in rapporto al reale bisogno nutritivo bensì, per esempio, per sedare il pianto, sopprimendo in tal modo l’espressione di altri bisogni. Questa, come altre modalità simili che insorgono già dai primissimi mesi di vita nella diade madre – bambino, hanno un importante impatto relazionale, che può appunto essere alla base di un successivo disturbo in età adulta, sul cui aspetto relazionale è sempre possibile intervenire attraverso una psicoterapia. Così come ce lo descrive A. Lowen, infatti, il carattere orale si distingue per la tendenza al bisogno di approvazione, per la richiesta di supporto continuo, nonché di rassicurazioni (il nutrimento), e per la tendenza ad instaurare legami di tipo dipendente. Tutti aspetti che ci rimandano al bisogno di un nutrimento che, oltre che fisico, sia anche emotivo.

Di fatto si crea una sorta di circolo vizioso in cui, se inizialmente il ricorso al cibo può essere controllabile, a lungo andare diventa una vera e propria dipendenza dalla quale è sempre più difficile uscire, sia fisiologicamente che psicologicamente, in quanto si tenderà a credere che il proprio benessere dipenda esclusivamente dall’assunzione di cibo. Quindi, agli aspetti di gratificazione sensoriale si sommano quelli legati alla reazione fisiologica, che deriva dall’assunzione di carboidrati, ed agli aspetti psicologici, che ci impediscono di ritenerci capaci di uscire dal quel meccanismo di dipendenza, con grosse ricadute sull’autostima personale.

Del resto occorre ammettere che, se il problema fosse legato solamente ad una disconoscenza delle fondamentali regole di buona e sana educazione alimentare, basterebbe una dieta per risolvere la questione in maniera definitiva. Spesso non basta nemmeno affrontare il problema del cambiamento delle abitudini alimentari, dei ritmi e dello stile di vita, poiché, una volta interrotte anche le visite di controllo, prima o poi, nella fase di mantenimento, si finisce per ricadere nelle vecchie modalità comportamentali. Dunque, mangiare non è qualcosa di “matematico”, in cui imparo come farlo, conto le calorie e modifico le mie abitudini alimentari, ma è un processo che fa leva su aspetti ben più profondi e radicati nel nostro essere.

È fondamentale dunque che, nel momento in cui ci si appresta a iniziare un percorso per la gestione del peso, non ci si fermi solo agli aspetti dietologici, ma si affrontino anche quelli psicologici.


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Parte il progetto “Mi Nutro di Vita”!!!

Parte il progetto “Mi Nutro di Vita”!!!

L’arrivo di un figlio produce, sia a livello individuale che nella coppia, tanti “sconvolgimenti”: bisogna fare spazio a nuove emozioni, pensieri, funzioni, ruoli, confini, tempi. Una riorganizzazione che, accanto alle tanto decantate gioie, richiede anche tante fatiche e, a volte, può accompagnarsi ad un innalzamento della tensione nella coppia o far (ri)emergere delle sintomatologie individuali (stati di ansia, depressione, etc.) che spesso non caratterizzano solo l’umore della futura mamma, ma anche del papà.
La dolce attesa, inoltre, richiede alla futura mamma un’attenzione particolare alla propria alimentazione, al fine di garantire a se stessa e al piccolo il giusto nutrimento, contrastare eventuali sintomi (nausee, reflusso,etc.) e ridurre il più possibile il rischio di contrarre spiacevoli e/o pericolose infezioni.

La dott.ssa Silvia Meini, psicologa psicoterapeuta, e la dott.ssa Marta Marini Padovani, biologa nutrizionista, mettono a disposizione la loro competenza proponendo dei gruppi tematici sulle varie tappe del ciclo di vita, in cui si alterneranno momenti di condivisione e scambio delle proprie esperienze a momenti più “didattici” in cui verranno fornite nozioni di alimentazione e psicologia.

Alla fine dell’incontro:
👉rilasciate linee guida sul corretto stile alimentare da seguire durante il periodo trattato 🤓📜
👉momento coccole, con macedonia di frutta e gelato 🍎🥝🍍🍨

✔Primo incontro: LA GRAVIDANZA
📅SABATO 21 APRILE 2018
⏰ 10.00 – 12.00
📍Piazza dei Re di Roma, 3 – scala c – int.1 (Roma)
💰20€

Per iscrizioni:
☏346.4208693
📧info.psiconutrizione@gmail.com

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Famiglie moderne

Famiglie moderne

Qual è la prima immagine che evoca la parola “famiglia”?

L’idea più conservatrice, tipica del nostro paese, è quella di un nucleo stabile in cui i ruoli sono chiari e ben definiti: l’uomo si occupa del mantenimento del nucleo familiare, mentre la donna cura la casa e alleva i figli.
Negli ultimi decenni abbiamo assistito ad un rilevante cambiamento di questa idea: potremmo parlare, più che di “famiglia”, di quanti tipi di “famiglie” esistono, nel senso di quante possibilità diverse sono racchiuse in una sola parola.
Accanto al modello tradizionale della famiglia fondata sul matrimonio, vi sono attualmente numerose altre realtà: genitori e figli adottivi o nati da fecondazione artificiale; genitori separati/divorziati; coppie conviventi, con o senza figli; coppie omosessuali e così via.
Nella società di oggi i ruoli nella coppia sono più flessibili, interscambiabili, e l’attenzione al benessere individuale ha un valore sempre più alto. Siamo passati da una forma autoritaria ad una più libertaria di famiglia, in cui si valorizzano gli interessi del singolo e i sentimenti di appartenenza a relazioni affettive e protettive. Inoltre, i figli nati in questo contesto socioculturale, le cosiddette “generazioni 2.0” e “Z”, hanno competenze e conoscenze che spesso superano quelle dei genitori e degli altri adulti di riferimento, per cui spesso si crea una distanza di linguaggi che influenza la comunicazione non sempre in senso positivo.
Ogni famiglia, nella sua specificità, è comunque posta di fronte a sfide e a compiti evolutivi che sono molto simili a quelli delle famiglie tradizionali: la costruzione di un senso d’identità individuale, la creazione del “Noi” nella coppia, il passaggio da coppia a famiglia, l’allevamento dei figli, la crescita degli stessi fino alla fase definita “nido vuoto”, l’accudimento dei genitori anziani, etc. In ognuna di queste fasi c’è un’oscillazione costante tra i bisogni di sicurezza e il desiderio, tra appartenenza e autonomia, tra intimità e socialità, tra produttività e creatività (E. Erickson).
Il percorso evolutivo che la famiglia compie nel corso degli anni, attraverso il passaggio da una fase all’altra, è considerato come un processo di continua ristrutturazione dei rapporti tra i membri che la compongono (Malagoli Togliatti e Telfener). Le fasi sono scandite da eventi naturali (nascite, conflitti, lutti) che necessariamente portano a dei cambiamenti nell’organizzazione del sistema familiare. Ad ogni tappa la famiglia deve affrontare una situazione di crisi in quanto, in seguito al cambiamento, le vecchie modalità di funzionamento non risultano essere più idonee e si deve raggiungere una nuova organizzazione familiare.
Non sempre il superamento delle varie fasi di crescita avviene in modo semplice e lineare, talvolta c’è un “blocco” che inibisce il regolare ciclo di vita della famiglia che porta con sé un malessere il quale talvolta si manifesta sotto forma di sintomi (depressione, malattie psicosomatiche, etc).
In questi momenti le persone si pongono numerosi interrogativi. Proponiamo alcuni esempi:

“Mi sento sola, mio marito non mi capisce!” (moglie in crisi)
“Ma se lascio mia moglie, i miei figli non mi vorranno più vedere?” (marito in crisi)
“Sta sempre con la figlia… io arrivo sempre seconda” (compagna di un uomo separato)
“Lei non è mia madre! Non può sgridarmi!” (ragazza in una famiglia ricostituita)
“Non credo che mio padre mi accetterebbe per come sono” (ragazzo omosessuale)
“Mio figlio ha preso dei soldi di nascosto… li avrà spesi per le canne?” (madre preoccupata)
“Come sarebbe bello mostrarci per quello che siamo” (coppia omosessuale)
“Mio figlio mi odia e io non so come controllarlo!” (madre preoccupata)

La terapia familiare ha come scopo quello di ridare senso ai momenti critici e favorire un sano e armonico sviluppo della famiglia in ognuna delle sue forme.
L’utilità del modello del ciclo di vita consiste non tanto nell’identificare la fase in cui si trova la famiglia nel qui ed ora, quanto nel poter osservare come viene affrontato il cambiamento e la riorganizzazione da una fase ad un’altra, focalizzando l’attenzione sulle relazioni tra i vari individui che compongono il sistema stesso.

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A Roma, un viaggio nelle emozioni: Festival Psicologia 2017

A Roma, un viaggio nelle emozioni: Festival Psicologia 2017

Con il viaggio la psicologia condivide per costituzione i due ingredienti principali: la curiosità che spinge alla conoscenza e il desiderio di trasformazione. Cambiare significa avere un sogno, un movente, un orizzonte a cui tendere, qualcosa da lasciare, e significa darsi il giusto tempo, saper leggere la mappa di partenza, mettere nel bagaglio le risorse a disposizione, scegliere il passo. Anche se il punto di arrivo si chiarisce nel percorso, quello che genera conoscenza e produce un mutamento autentico passa necessariamente attraverso l’universo emotivo.

Esplorare, amare, ridere, vincere, perdere, condividere, essere uomini e donne che si confrontano con le proposte e i paradossi della contemporaneità, soggetti attivi nel cambiamento che accade: le emozioni compongono l’alfabeto con cui leggiamo e interpretiamo la realtà e attraverso le emozioni trasformiamo noi stessi, le nostre relazioni, il nostro mondo. La psicologia conferma in questo orizzonte il suo essere una pratica, che legge e accompagna i processi di cambiamento, facilita i progetti di trasformazione, aiuta a sciogliere i nodi.

Dal 25 al 29 maggio il Festival animerà alcune delle location più significative di Roma con un calendario ricchissimo di iniziative, un palinsesto di 9 eventi e più di 40 ospiti del mondo della cultura, delle istituzioni e dello spettacolo con i quali seguiremo le diverse traiettorie del viaggio. Un denominatore comune, l’emozione, e tantissime destinazioni. I temi saranno: il viaggio come metafora del cambiamento, i comportamenti che la rete induce negli adolescenti, compreso il cyberbullismo, l’amore, la convivenza nei territori, con particolare attenzione ai luoghi colpiti dal terremoto, le emozioni che accompagnano lo sport, gli stereotipi di genere, le relazione tra il vero e il falso nell’epoca della post verità, l’ironia.

Il Festival è aperto a tutti!

Cerca gli eventi che ti interessano e lascia il tuo nominativo per evitare file all’ingresso.


Inoltre, entro il 31 maggio sarà possibile scaricare un voucher che darà diritto a un incontro gratuito con uno psicologo e/o psicoterapeuta e alla possibilità di continuare eventualmente un percorso a prezzi contenuti.

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I Disturbi del Comportamento Alimentare

I Disturbi del Comportamento Alimentare


I Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA) sono patologie in cui il sintomo più evidente è l’alterazione del comportamento alimentare, unito a una valutazione estremamente negativa del proprio corpo e ad un’alterata percezione della sua immagine e del peso.
Si riconoscono tre tipi di disturbo del comportamento alimentare: Anoressia Nervosa (AN), Bulimia Nervosa (BN) e Disturbo da Alimentazione Incontrollata (DAI).

La caratteristica principale di tali disturbi è una significativa alterazione del comportamento alimentare dell’individuo, che va dal rifiuto generico del cibo a vere e proprie abbuffate, ed è associata a forti preoccupazioni relative al peso e alla forma corporea. L’alterazione della percezione dello schema corporeo favorisce la convinzione nei soggetti con DCA, di essere grassi pur essendo sottopeso, alimentando il terrore di ingrassare, o contribuendo ad assumere comportamenti che alternano momenti di digiuno a momenti in cui vengono ingerite grosse quantità di cibo.

Nei disturbi del comportamento alimentare rientrano anche l’obesità e il sovrappeso, che possono assumere le caratteristiche di vere e proprie malattie note per il loro carattere di cronicità e per le patologie correlate, e diffuse sia nella popolazione adulta sia in quella infantile. L’obesità e il sovrappeso, infatti, possono interferire con lo stato di salute, sia a causa di patologie correlate quali ad esempio il diabete, l’ipertensione, le malattie cardiocircolatorie, sia a causa di profondi disagi psicologici legati alla scarsa accettazione del proprio corpo e al fallimento dei tentativi di perdere peso. Inoltre esse possono avere forti ripercussioni sui piani relazionali e sociali, nonché assumere connotazioni etichettanti e stigmatizzanti.

I disturbi della condotta alimentare, così descritti, hanno significative correlazioni con la sfera psicologica del soggetto al punto da essere indicati da alcuni autori come il segnale della lotta incessante del soggetto contro un profondo senso di impotenza e disvalore, percepito soprattutto in ambito familiare.

Attualmente le linee guida internazionali indicano che l’approccio ai disturbi alimentari non può prescindere da una modalità di intervento multidisciplinare effettuata da professionisti di formazione diversa (nutrizionisti, dietisti, endocrinologi, psichiatri e psicoterapeuti) che lavorano in equipe costituendo una rete di supporto per il paziente. La complessità della problematica alimentare, infatti, deve essere trattata tenendo conto di approcci terapeutici differenti che lavorano in sinergia, proiettati verso un unico obiettivo: il benessere del soggetto.

Il trattamento psicologico, che si affianca al lavoro medico-nutrizionale, prevede un lavoro sui processi di pensiero e sul comportamento del soggetto (trattamento cognitivo comportamentale), ma anche un lavoro mirato con il paziente e la sua famiglia (terapia familiare).

Salvador Minuchin, uno dei massimi esponenti della terapia familiare, ha introdotto il concetto di “famiglia anoressica” per sottolineare la profonda influenza che la famiglia ha sulla formazione della sintomatologia anoressica. La famiglia, in quanto matrice dell’identità e luogo di definizione del sé di ogni suo componente, è il contesto all’interno del quale modalità relazioni disfunzionali diventano promotrici di condotte sintomatologiche rilevanti. Nell’approccio terapeutico di tipo familiare diventa importante osservare e valutare le relazioni che intercorrono nella famiglia, i triangoli di alleanze e complicità tra i suoi componenti ed i miti che attraversano le generazioni.

Diversi autori, partendo da questi presupposti, hanno individuato alcune caratteristiche specifiche e ridondanti nelle famiglie in cui è presente un soggetto con un disturbo alimentare:

  • Iperprotettività: i membri della famiglia sono sensibili a qualsiasi segnale di malessere, attivando risposte di protezione e di difesa che ritardano le spinte all’autonomia e alla differenziazione;
  • Invischiamento: mancanza di confini. Ciascun membro della famiglia è ipercoinvolto nella vita di ogni altro membro della famiglia al punto che nessuno esperisce un senso di identità separata. In queste famiglie, secondo Minuchin, sono stati eretti confini molto solidi tra l’interno e l’esterno della famiglia, ma all’interno invece i confini sono molto labili ed esiste poca differenziazione tra un membro e l’altro a discapito dell’individuazione e dell’autonomia personale;
  • Rigidità ed evitamento del conflitto: secondo gli studiosi in molte di questa famiglie si dà grande rilevanza al comportamento educato e rispondente ai canoni sociali; i genitori sono fieri della loro bambina perfetta che non ha mai manifestato i comuni atti di insubordinazione infantile, come il contraddire, la caparbietà o l’ira. Il conflitto viene evitato e la famiglia mantiene uno status quo piuttosto rigido e stereotipato che non cede mai il passo al nuovo e al cambiamento. La mancata espressione dei sentimenti, specie di quelli negativi diventa una regola generale finché non si manifesta il problema e l’antica bontà si trasforma in un negativismo indiscriminato.

In quest’ottica, inoltre, si osserva come il cibo può essere utilizzato per scopi che oltrepassano la sua mera funzione nutritiva, assumendo connotazioni ricattatorie, rivendicative o anestetizzanti nei confronti del dolore e della sofferenza. Il cibo può diventare così oggetto d’amore o espressione del linguaggio dell’affetto che sostituisce la parola, che placa gli animi e appaga i bisogni che non trovano ascolto, dove talvolta l’adipe può funzionare come un cuscinetto che difende dalla paura di crescere e di confrontarsi con il nuovo.

Il modello sistemico relazionale, lavorando con i sistemi familiari, interviene sulle condotte relazionali che “sostengono” il sintomo e che rendono spesso inefficace qualsiasi tentativo di intervento nella direzione di un’adeguata educazione alimentare. L’obiettivo della terapia familiare è individuare le modalità relazionali presenti tra i membri del nucleo familiare che rendono “funzionale” il sintomo all’interno del sistema poiché favoriscono il mantenimento di uno status quo, resistente al cambiamento e all’evoluzione individuale e familiare. La finalità del lavoro è quella di ricercare il significato che il cibo assume nella famiglia per aiutare i suoi componenti a sperimentare altri linguaggi, dinamiche relazionali più flessibili e adeguate, e riportare il cibo nella sua giusta collocazione.

“I genitori non sono il problema, ma una parte della soluzione”

Daniel La Grange

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Obesità infantile: il ruolo della famiglia

Obesità infantile: il ruolo della famiglia


L’obesità infantile ha una genesi multifattoriale, essendo il risultato di diverse cause più o meno evidenti che interagiscono tra loro. In questa sede farò un breve cenno a quelli che sono gli aspetti più prettamente psicologici, in particolare mi soffermerò sull’importanza giocata dalla famiglia nella genesi e nel mantenimento dell’obesità stessa.
La famiglia ha infatti un rilevanza importantissima nello sviluppo psico-fisico del bambino obeso.

La famiglia dell’obeso è spesso caratterizzata da un padre debole sottomesso alla figura materna, e che viene additato dalla madre come esempio da non imitare, mentre questa mostra aggressività ed anche prepotenza, svolge un ruolo determinante nell’educazione dei figli, e non riuscendo ad elargire sicurezza ed affetto, compensa con una iperalimentazione. La madre vive nel timore dell’allontanamento del figlio e quindi gli impedisce qualsiasi attività (fisica, sociale, ecc.) che possa renderlo più autonomo, ed è quindi convinta che i suoi desideri rispecchino quelli del figlio, ma comunque a volte alterna momenti di dedizione a momenti di rifiuto del figlio (Selvini Palazzoli et al., 1998).
Questi due aspetti contraddittori tendono a confondere il figlio che non riesce a delineare una sua identità, e pertanto il bambino, crescendo in un ambiente così insicuro e ricco di messaggi incoerenti e contraddittori, trova difficoltà a discernere ciò che è essenziale per lui, e quindi è costretto a sottovalutare o coprire le proprie esigenze e di conseguenza la sua individualità (Minuchin, 1976).
Ciò è dovuto alla presenza di legami fragili che scoraggiano lo sviluppo dell’individuo e la sua autonomia. Tali famiglie hanno difficoltà ad affrontare problemi e cambiamenti, mentre l’eccessivo stare insieme e la stretta unione portano ad una mancanza di privacy e quindi ad una scarsa percezione di sé e degli altri: in questo clima, soprattutto crisi familiari o personali innescano la bulimia.
Inoltre, in questi contesti familiari si osserva un clima di pseudoarmonia che è l’espressione di una eccessiva protezione e di una incapacità a risolvere i conflitti, ed in cui tutto si manifesta con una mancanza di aggressività, con una estrema passività, scarsa stima di sé, forte paura di essere respinti dagli altri, associata ad un grande bisogno di essere aiutati ed essere riconosciuti dagli altri (Brouwers, Wiggum, 1993).
E’ evidente che nelle crisi di voracità c’è una tendenza depressiva di fondo, che spiega anche i sensi di colpa che questi soggetti hanno nei confronti del loro eccessivo mangiare, la consapevolezza di aver distrutto l’oggetto, simbolicamente rappresentato dal cibo, ma anche la voglia di continuare a mangiare, pur non avendo più la capacità di ingerire cibo, che esprime sia l’insaziabilità di questi soggetti, sia l’inutilità del meccanismo difensivo della voracità; l’equivalenza oggetto desiderato-cibo, porta inevitabilmente ad una delusione continua che innesca perversamente la dinamica dell’insaziabilità, ovvero l’impossibilità di essere soddisfatti.

Le modalità relazionali della famiglia dell’obeso evolutivo mostrano una coppia genitoriale con una elevata conflittualità basata su criteri differenti di vivere e giudicare gli avvenimenti, dai tratti caratteriali e stili di vita difficilmente compatibili: spesso la moglie accusa il marito di essere avido, avaro, mentre lei è prodiga e disponibile, oppure uno dei due mostra particolari sensibilità mentre l’altro è un calcolatore freddo e razionale (Magagna et al. 1994). Queste diversità, anziché essere discusse ed elaborate, vengono esasperate fino al limite di una rottura, che però non avviene mai, si assiste cioè ad un conflitto permanente che si svolge all’interno di posizioni inconciliabili, quindi senza alcuna possibilità di soluzione, ossia di separazione, anzi essi tendono a mantenere la conflittualità ed allargarla sempre più coinvolgendo i figli, che quando raggiungono l’adolescenza e quindi si verrebbero a creare le condizioni per una possibile o simbolica separazione, fanno aumentare i conflitti; la paura di una possibile separazione innesca meccanismi di falsa coesione o addirittura atteggiamenti coercitivi tendenti a limitare le già scarse possibilità di autonomia del figlio (Shaver, Hazan, 1995).
Da tutto questo il tentativo di falsa risoluzione dei problemi attraverso il cibo, come se tutto ciò che è emotivo possa essere ridotto e risolto in termini orali; sicuramente entrano in gioco fattori ed elementi con particolari valenze simboliche, ma anche perché è la modalità relazionale in cui la madre, con la sua specifica funzione alimentare, può assumere un ruolo determinante. Quindi il cibo viene vissuto come una sorta di panacea per tutti i problemi e per tutti i conflitti, ma proprio perché questa investitura è deludente, aumenta la tendenza a somministrarlo, determinando il circolo vizioso in cui il bambino in questa situazione sviluppa ansia, rabbia e frustrazione che i genitori cercano di sedare con il cibo.
Inevitabilmente il bambino non riesce più a distinguere i suoi reali bisogni, i suoi stimoli endogeni, perché questi vengono negati e sopraffatti dai genitori, che impongono i loro bisogni al figlio che non riesce così a sviluppare una situazione di autonomia e di identità, che diventerà obeso non riuscendo a distinguere due stimoli fondamentalmente diversi, ossia la fame e la voracità, in cui predomina quest’ultima proprio perché collegata a stimoli psichici come l’ansia e la rabbia.
Nasce così la prima modalità di risposta, ossia quella di “ingoiare” tutto, perché di fronte ad una coppia in perenne conflitto che non si separa mai e che vive drammaticamente le separazioni, il soggetto è costretto ad una identificazione con l’intera coppia; egli deve introiettare due genitori perché lui non può deluderli, non può separarli, identificandosi con l’uno o con l’altro, ed inoltre in questo caso assistiamo al fatto che una conflittualità-ostilità, anziché favorire una separazione, tende invece a rinsaldare il legame, non solo tra i due partner della coppia, ma tra questa e il figlio.
Ed è questa mancanza di autonomia e di libertà, questa mancanza di identità, una caratteristica peculiare dell’obeso, insieme alla tendenza a non poter esprimere minimamente una possibilità di aggressività, di opposizione. Non sanno dire di no, non sanno rifiutare le situazioni: “ingoiano”, nel timore che ogni rifiuto sia altamente ostile o pericoloso, forse distruttivo, come hanno appreso dalla dinamica del rapporto genitoriale, gestita all’insegna del disprezzo, della non sopportazione, ma anche della impossibilità a separarsi (Fairburn, 1997; Selvini Palazzoli et al., 1998).
Un’altra possibilità, invece, è quella di mentire, ossia manifestare la tendenza a crearsi una situazione fantastica, diversa, che si cerca di contrapporre a quella reale frustrante; il soggetto cerca quindi di crearsi un falso Sé nel quale nascondere un Io debole, dipendente, insicuro; l’evoluzione di questa situazione può essere verso una obesità più o meno stabile, con tentativi di sottoporsi ad una dieta, che al di là della riuscita non è sufficiente a risolvere la conflittualità psicologica del soggetto. L’obeso, inoltre, quando decide di dimagrire, connota il dimagrimento di forti fantasticherie magiche, come il diventare bello, l’essere ammirato, il riuscire nella vita, ma quando si avvicina a traguardi accettabili di peso, torna rapidamente indietro, per timore di doversi confrontare con la realtà e dover dimostrare capacità che sa di non avere, e così l’obesità continua ad essere mantenuta, come falso senso di sicurezza e di forza (Sassaroli, 1999).
Spesso il cibo viene offerto al piccolo come surrogato dell’affetto. E questo fa si che il bambino una volta adulto, tutte le volte che si sentirà triste, si consolerà mangiando. Inoltre, sembra che i soggetti predisposti maggiormente all’obesità siano stati bambini molto dipendenti, con un legame con la mamma di tipo simbiotico. Questo vincolo, infatti, non permette al bambino di trovare lo spazio sufficiente per diventare psicologicamente maturo.

Lopez et al. (2000) hanno esaminato le modalità comunicative in famiglie messicane con figli obesi e non. Dalle conversazioni, registrate ed analizzate tramite varie metodologie (Minuchin et al., 1957; Watzlawick et al.,1978; Haley, 1990) emerge che, nelle famiglie con bambini obesi, i padri utilizzavano spesso messaggi mistificatori e meta-messaggi, mentre le madri utilizzavano spesso dei messaggi di rifiuto, ed i bambini tendevano ad evitare il conflitto. Nelle famiglie di bambini non obesi, genitori e figli utilizzavano maggiori espressioni che riguardavano l’attenzione all’aspetto fisico.

In ultimo non dobbiamo dimenticare dell’importanza che riveste l’alimentazione per l’instaurarsi di una salda relazione tra madre e bambino. Quando il bambino ha fame viene attivato il comportamento di attaccamento, come motivazione primaria, che ha lo scopo di ottenere la fiduciosa vicinanza della madre e il contatto con lei per poter ristabilire un equilibrio affettivo (Ammaniti, 2001). Nel caso in cui non si instaurasse questo scambio naturale tra bambino e cargiver, questo influirebbe nell’instaurarsi di un buon attaccamento e anche sul “sano” sviluppo del comportamento alimentare.

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Il lutto

Il lutto


“C’è una ragione per ogni cosa. Anche alla morte c’è una ragione. E anche all’amore perduto. Se la morte ce lo porta via rimane sempre un amore. Assume una forma diversa, nient’altro. Non puoi vedere la persona sorridere, non le porti da mangiare, non le arruffi i capelli… Ma quando questi sensi s’indeboliscono, un altro si rafforza. La memoria. Essa diviene tua compagna. Tu la alimenti, tu la serbi, ci danzi assieme.
La vita deve avere un termine, l’amore no”

Mitch Albom, Le cinque persone che incontri in cielo

La morte è una parola che di solito spaventa, tanto da essere a volte esclusa del nostro vocabolario poiché appare come un argomento tabù. Dimentichiamo che è un processo naturale della vita e che come tale, dobbiamo imparare a gestirlo. Non è un tema facile – non c’è dubbio – ma, con un aiuto mirato il lutto può essere elaborato efficacemente.

Il lutto si definisce come un sentimento d’intenso dolore provocato dall’interruzione di un legame importante, di solito una persona cara, ma anche per la perdita di una situazione (abbandono della persona amata) o anche nel caso della perdita fisica di una parte di sé (come l’amputazione di un arto del corpo). Questo provoca un periodo contraddistinto da sentimenti di tristezza, pianto, insonnia, rabbia, e dell’idea che il dolore non arriverà mai ad una fine, che la vita non abbia più senso dopo la perdita subita, sia essa una persona o una situazione.

Di solito il lutto è un processo naturale come risposta alla perdita patita e con il tempo questi sentimenti di tristezza tendono a scomparire. Il lutto è suddivisibile in una serie di fasi (Elisabeth Kübler Ross), in cui diversi sono i sentimenti esperiti, fino a giungere all’accettazione della perdita. Sinteticamente le fasi possono essere riassunte in:
Negazione: la persona non crede che l’abbandono sia reale, vi è quindi una negazione dell’accadimento, un senso di irrealtà nei confronti dello stesso;
Rabbia: il sentimento prevalente una volta aumentata la consapevolezza dell’accadimento è un pervasivo sentimento di rabbia, spesso caratterizzato dalla consapevolezza della propria impotenza;
Negoziazione: esaurita la rabbia, la persona cerca di dare una spiegazione all’accaduto, ossia di comprendere i motivi che possono aver portato alla perdita;
Depressione: la persona ha maturato la consapevolezza che la perdita è un qualcosa di irreversibile e proprio tale consapevolezza conduce ad uno stato di diffuso sconforto e tristezza, momento indispensabile e propedeutico all’ultima fase:
Accettazione: in questa fase la persona ha “assimilato” la perdita. L’evento luttuoso è stato contestualizzato e metabolizzato. Si parla in questi casi di “lutto elaborato”.

Accade tuttavia in alcuni casi che la persona non riesca a giungere ad una corretta metabolizzazione del lutto (in gergo definito come “lutto complicato”): in questi casi si incorre in una condizione patologica. Secondo i manuali di riferimento, la discriminante tra un “lutto complicato” e un “lutto non complicato”, sta primariamente nel lasso temporale necessario (tra i 6 e i 12 mesi) all’elaborazione del lutto; nel caso tale elaborazione o metabolizzazione non sia raggiunta, allora potrebbe essere utile l’intervento di uno psicologo (venendosi a creare una situazione di “lutto patologico”).

Cosa significa “lutto patologico”?

Tale termine identifica una condizione in cui il lutto è eccessivamente intenso oppure presenta una durata maggiore rispetto a quella invece considerata “fisiologica” (quindi superiore ai 12 mesi). È tuttavia importante ponderare il lutto subito, ossia contestualizzarlo e prendendo in esame una serie di variabili:
Causa del decesso: la morte traumatica (trauma dal greco “ferita”) è la perdita di una persona cara a causa di un evento improvviso o violento, come un omicidio, incidente o suicidio, e le reazioni al inizio sono di solito molto forti, oltre a non esservi l’occasione per dire le ultime parole alla persona scomparsa. In questo caso – comprensibilmente – il tempo necessario all’elaborazione sarà superiore e la presenza supportiva di un professionista può essere senz’altro utile nella gestione dell’impatto del trauma. Una situazione invece di morte annunciata è invece quella in cui una persona è passata per un periodo di sofferenza. Questo è ad esempio il caso di un lungo periodo di malattia, in cui parenti e amici hanno del tempo per raggiungere la consapevolezza di una imminente separazione.
Contesto socio-culturale: è noto che ogni cultura contestualizza il lutto in modo diverso. Non solo gli aspetti religiosi quindi (diverse religioni vedono la morte quale “momento” di passaggio verso una “vita ultraterrena”), ma anche i rituali e gli atteggiamenti da mantenere in occasione di un lutto e di un funerale rivestono un ruolo essenziale, soprattutto per ciò che concerne l’espressione delle emozioni.
Grado di parentela: la perdita di un genitore oppure di un figlio (sono numerosi gli studi e gli articoli che sostengono che un tale tipo di perdita produca il lutto più complicato da superare) sono le più dolorose, proprio per una questione di vicinanza affettiva.
Età della persona scomparsa: la morte di un bambino o una persona giovane è in generale una morte più difficile da accettare, poiché ritenuta per certi versi “contro natura”; al contrario la morte di una persona anziana è – seppur dolorosa – comunque più facilmente accettabile.

Il lutto non è un disturbo classificato dal Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-IV-TR), ma viene riportato all’interno della categoria “Ulteriori condizioni che possono essere oggetto di attenzione clinica” e in occasioni alcuni soggetti mostrano sintomi caratteristici di un Episodio Depressivo Maggiore.

In cosa consiste un supporto psicologico nei casi di “lutto complicato”?

Non esiste un programma standard o predefinito per imparare ad affrontare la perdita di una persona cara, tuttavia un approccio senz’altro utile è quello orientato all’espressione delle emozioni, siano esse positive o negative. Riuscire a liberarsi dei carichi emozionali elicitati dalla perdita di una persona cara è uno dei primi importanti passi verso una funzionale elaborazione del lutto.
Elemento fondamentale è tenere a mente che è necessario lasciar trascorrere del tempo, affinché si riesca a superare il dolore della perdita e assimilare la consapevolezza che la persona deceduta resterà comunque sempre nei propri ricordi. Obiettivo fondamentale di una adeguata elaborazione del lutto è quindi il riuscire ad interiorizzare la persona perduta, oltre ai ricordi ed ai sentimenti ad essa collegati.

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Lo sportello di accoglienza della ASL Roma3

Lo sportello di accoglienza della ASL Roma3

Nel centro della Asl in via Coni Zugna dal 9 maggio è aperto lo sportello informativo gestito dai volontari dell’associazione “I mille colori dell’albero della vita”.

L’idea è venuta durante i lavori di un convegno che si è svolto lo scorso 19 marzo, presente il dirigente della Asl Rm3 Elisa Gullino. “Perché non aprire un punto informativo che possa aiutare le famiglie in difficoltà a orientarsi?”, suggeriva Gianni Puglia, presidente dell’associazione “I mille colori dell’albero della vita”. Il dirigente non ha perso tempo e, conoscendo la serietà dell’associazione, in pochi giorni ha dato il via libera.

Così, dal 9 maggio, nel centro polifunzionale di via Coni Zugna n.173 ha aperto il punto informativo.
Ogni lunedì e venerdì mattina, dalle 9.00 alle 13.00, gli specialisti che ruotano intorno all’associazione accolgono le famiglie che hanno problemi con i bambini nello “spettro dell’autismo” e delle altre problematiche relative allo sviluppo dell’età evolutiva e dintorni. A chi piomba addosso questo incubo, le diagnosi di una patologia che colpisce i bambini piccoli, e si trova così nello sconforto, avere come riferimento delle persone esperte che conoscono il problema e sanno indirizzare le famiglie è una soluzione preziosa.
Non solo, oltre al supporto psicologico, è possibile ricevere consigli su iter, terapie, valutazioni, riuscendo a districarsi tra ciò che è inutile quello che invece è importante.

“La sensazione di sentirsi isolati, quando succedono queste cose, è la cosa peggiore che possa capitare alle famiglie”, spiega Gianni Puglia.
“Questo è un piccolo significativo risultato dell’attenzione delle istituzioni nei confronti dei problemi reali dei cittadini – commenta Paolo Calicchio, assessore alle Politiche Sociali del comune di Fiumicino – Voglio personalmente ringraziare il dirigente Elisa Gullino per la disponibilità e Gianni Puglia e la sua associazione di volontari che con esperienza e capacità si sono messi a disposizione di tutti”.

Cell.: 338.4425238
E-Mail: alberodeimillecolori@gmail.com

Articolo di Francesco Camillo per la rivista “QFiumicino”

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Sportello d’ascolto per genitori ed insegnanti

Sportello d’ascolto per genitori ed insegnanti


“Sportello d’ascolto per genitori e insegnanti” punto di riferimento a Fiumicino. Attivato dall’ottobre 2014 per sei mesi presso l’I.C. Lido del Faro grazie alla collaborazione tra l’Associazione “I mille colori dell’albero della vita” e lo Studio di Psicologia Clinica “Bussola & Clessidra”, ha avuto l’obiettivo di offrire uno spazio di dialogo riservato al quale potersi rivolgere per affrontare dubbi e difficoltà relative al percorso scolastico e di vita dei propri figli/alunni.

Lo sportello, con accesso volontario e gratuito, ha offerto in particolare uno spazio di ascolto rispettoso per tutti quegli adulti di riferimento che hanno sentito il bisogno di un sostegno, di un consiglio esperto, di un momento di confronto non giudicante per capire meglio se stessi, i propri figli/allievi e per interagire con loro in modo più costruttivo ed empatico. Collocandosi nell’ambito della prevenzione e della consulenza, l’attività è stata intesa come progetto di ascolto e rispecchiamento delle normali difficoltà connesse alla crescita e alla realizzazione dei compiti evolutivi.

“Al termine di questa esperienza possiamo senz’altro tracciare un bilancio molto positivo – spiegano le psicologhe Martina Fossati e Silvia Meini – nell’arco del semestre lo sportello ha accolto una quindicina di situazioni, fra genitori e insegnanti. Nella maggioranza dei casi è stato possibile approfondire le problematiche portate allargando il confronto all’interno di un gruppo di lavoro famiglia–insegnanti, in cui la competenza di ciascuno potesse diventare un patrimonio condiviso cui attingere per contribuire alla promozione del benessere all’interno del sistema familiare e della comunità scolastica. Il lavoro, quindi, non si è fermato allo sportello: insieme si è creata una rete che ha stimolato cooperazione e relazioni. Questi stessi risultati – proseguono – sono stati riconosciuti dal Comune di Fiumicino, che a febbraio 2015 ha concesso allo Sportello d’ascolto il proprio patrocinio gratuito”.

Un progetto che ha voluto quindi potenziare la collaborazione tra scuola e famiglia creando un’opportunità di ascolto, di scambio, di conoscenze e competenze attraverso un metodo di lavoro collettivo.

“Spesso – ribadiscono – le insegnanti si trovano con le mani legate e non riescono a fornire strumenti efficaci alle famiglie in modo da aiutarle a farsi carico di una problematica del figlio. D’altra parte le famiglie si sentono sotto accusa e temono che le difficoltà del figlio possano essere qualcosa che non sono in grado di gestire, visto che l’intento è sempre dare il massimo”.

Un’idea quella dello sportello nata innanzitutto dalla consapevolezza della fatica e delle difficoltà che possono incontrare i ragazzi in crescita e le loro famiglie e in secondo luogo dalla conoscenza degli sforzi che anche gli insegnanti, in qualità di secondo sistema privilegiato in cui avviene la crescita e la costituzione dell’identità personale, compiono nel favorire il successo formativo di ogni bambino al fianco delle famiglie. Le due realtà non si fermano qui e vogliono proseguire il percorso intrapreso per l’assistenza e il sostegno delle persone in difficoltà.

“Per noi sarebbe molto importante poter estendere il progetto anche ad altri comprensori scolastici. Ottenere un riconoscimento è già stato molto importante, ma ci piacerebbe che sempre più famiglie fossero a conoscenza dell’esistenza di questo progetto e potessero usufruirne. Ci piacerebbe dunque offrire una maggiore informazione e condivisione di tutto ciò che è usufruibile all’interno dello sportello d’ascolto, compresa la connessione con i servizi sanitari del territorio. Il progetto si poggia sulle spalle di poche famiglie che hanno figli con difficoltà: sarebbe magnifico se i servizi pubblici offrissero delle spalle su cui le famiglie possano appoggiarsi. Ci rendiamo conto che la crisi economica e i tempi che corrono rendono difficile la realizzazione di questo ideale, ma noi siamo fiduciose, crediamo nel contributo delle persone nel mantenere vivo questo importante spazio di condivisione e ascolto che offre nuovi scenari e più possibilità per tutti. L’associazione ‘I mille colori della vita dell’albero della vita’ guidata da Gianni Puglia ha l’obiettivo di crescere e diventare un punto di riferimento per tutti coloro che non sanno come chiedere aiuto”.

Intervista di Valentina Fiordalice



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