“Non si può risolvere un problema con la stessa mentalità che lo ha generato”

Albert Einstein

Con l’innalzamento dell’obbligo scolastico, anche all’interno della Scuola Secondaria Superiore, così come negli altri gradi di istruzione scolare, gli insegnanti devono confrontarsi sempre più spesso con la presenza di un considerevole numero d’alunni in situazione di disagio scolastico e sociale, rispetto ai quali molto spesso i docenti stessi non riescono a riconoscere le cause, a progettare adeguamenti della didattica, a determinare e adottare i corretti comportamenti educativi. Così alunni con situazioni di disagio familiare, con difficoltà cognitive, con Disturbi Specifici di Apprendimento (DSA), con scarsa motivazione, tutti con lunghe storie d’insuccesso scolastico, sono spesso accomunati dagli insegnanti che li definiscono come alunni a rischio, difficili, demotivati, non adeguatamente seguiti o, al contrario, viziati dalle famiglie. Si può ipotizzare che alcuni di questi alunni abbiano delle generali difficoltà di apprendimento, altri dei DSA, altri ancora una mancanza di consapevolezza e controllo delle proprie capacità rispetto all’apprendimento. I DSA sono stati finora scarsamente riconosciuti, a livello scolastico superiore, come una delle principali cause di insuccesso, dispersione scolastica e disagio/devianza giovanile. Infatti la varietà delle manifestazioni (dislessia, disgrafia, disortografia…) e il fatto che in questa fase della scolarizzazione i ragazzi compensino o cerchino di nascondere le proprie difficoltà, ostacola gli insegnanti nel riconoscere il comune denominatore, costituito dal DSA. La scarsa informazione sulla dislessia evolutiva è dovuta sia a mancata conoscenza specifica del problema, sia al fatto che fino a pochi anni fa gli studenti dislessici abbandonavano gli studi alla fine della licenza media. Attualmente proseguono il percorso di istruzione secondaria e pongono nuovi interrogativi ai docenti, affinché l’offerta scolastica possa loro garantire il successo formativo.