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“Non si può risolvere un problema con la stessa mentalità che lo ha generato”
Albert Einstein

Come funziona?

“Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura, che la diritta via era smarrita…”.

Così come tanti secoli fa accadde a Dante Alighieri, a moltissime persone capita, a un certo punto della loro esistenza, di sentirsi smarrite e avvolte dall’oscurità. E come fece il Sommo Poeta, che si affidò a Virgilio per addentrarsi nel proprio Inferno personale, in questi momenti di grande sofferenza può accadere di voler ricorrere a un aiuto terapeutico.

Ma che cosa ci si deve aspettare quando si chiede aiuto?

Un primo colloquio con il terapeuta può essere il punto di partenza per rispondere a questa domanda: l’incontro può offrire accoglienza, ascolto e comprensione e può essere il contesto ideale per chiedere spiegazioni e informazioni. A volte potrebbero essere utili ulteriori incontri di approfondimento proprio perché è solo sulla base di una adeguata comprensione della persona e del problema portato che è possibile fornire, a chi la richiede, una proposta di terapia “su misura” per lui. È inoltre importante che il progetto di terapia sia condiviso con la persona anche nei suoi aspetti pratici e concreti, in modo che questi possa fornire il suo consenso informato alla terapia. Inoltre, terapeuta e paziente possono definire insieme gli obiettivi del percorso e le modalità della sua realizzazione attraverso la formulazione di un “contratto terapeutico”, che può anche essere modificato in corso d’opera se, come spesso accade, durante la terapia dovessero emergere elementi nuovi.

La fase di pianificazione di un trattamento diventa per questo motivo centrale nella psicoterapia perché consente di ideare, seppur su base ipotetica, la strada che il/la paziente dovrebbe percorrere per raggiungere uno stato di benessere, le tappe da toccare per giungere alla sua meta, quindi i mezzi da utilizzare per arrivare alle singole tappe.
Quando pensiamo alla pianificazione di un trattamento ci viene in mente la pianificazione di un viaggio il cui territorio (il percorso terapeutico) è pressoché sconosciuto, ma che possiamo conoscere attraverso i mezzi che più facilmente ci consentono di esplorarlo sulla base delle sue caratteristiche specifiche.
Una buona pianificazione di questo viaggio prevede la definizione di una meta chiara da raggiungere al fine di ridurre nei viaggiatori (entrambi i protagonisti della psicoterapia, specialista e paziente, che si apprestano ad intraprendere questo cammino sconosciuto) il rischio di perdersi in quel territorio e ottimizzare al contrario le risorse e i tempi del viaggio. La meta è l’obiettivo concordato con il/la paziente durante il primo colloquio.

Non si esaurisce però in esso. Seppur l’obiettivo concordato non deve essere mai messo in secondo piano, abbinato a questo saranno presenti dei sotto-obiettivi, ossia quei traguardi intermedi che sono necessari per raggiungere la meta e dei meta-obiettivi, ossia quei progressi insiti in una psicoterapia evolutiva senza i quali probabilmente non è possibile godere appieno di questo viaggio e, soprattutto, assicurarsi che il cambiamento cercato resti costante nel tempo. Sono proprio questi meta obiettivi gli indicatori di trattamento attraverso i quali è possibile capire a che punto del tragitto ci troviamo. Ovviamente, nonostante una buona pianificazione del viaggio, sappiamo che un grado di incertezza rimarrà sempre. Purtroppo, i fattori che incidono sui tempi e sulla qualità dell’itinerario sono molteplici e incontrollabili, perché attengono anche alle scelte dell’altro viaggiatore, per cui sarebbe illusorio e ingenuo pensare di avere in tasca la soluzione. A fronte di ciò sappiamo però che un viaggio ben pianificato consente di ridurre i tempi di attesa e i margini di errore, e garantisce ai viaggiatori la possibilità di affermare, parafrasando M. Erickson, che “non ci vorrà un giorno di più di quello che è necessario”.