Il nostro blog

“Non si può risolvere un problema con la stessa mentalità che lo ha generato”
Albert Einstein

Presentazione “La giornata mondiale per l’autismo”

Presentazione “La giornata mondiale per l’autismo”

La città si tinge di blu per “un amico speciale”

Il 2 aprile di ogni anno, a partire dal 2007, su iniziativa dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, si celebrerà in tutto il mondo la Giornata Mondiale sulla Consapevolezza dell’Autismo. Sempre un maggior numero di città, anche in Italia, anno dopo anno, vedono impegnate Famiglie, Medici, Terapisti, Psicologi, Associazioni ed Enti Locali nella campagna di sensibilizzazione sociale alla consapevolezza dell’Autismo e, più in generale, di tutti i Disturbi dello Spettro Autistico.

A Fiumicino quest’anno la campagna di sensibilizzazione sociale vedrà impegnata l’Associazione non profit “I mille colori dell’albero della vita” che, per approfondire i temi legati all’Autismo: “maggiore sensibilizzazione sociale – divulgazione scientifica – promozione del supporto genitoriale”, lo farà attraverso la proiezione di foto e video per rappresentare la vita quotidiana di un bambino autistico e della sua famiglia.
L’appuntamento, aperto a tutti, sarà giovedì 2 aprile alle ore 17 all’auditorium dell’Istituto scolastico Porto Romano, in via Bignami a Fiumicino.

Partecipazioni: il sindaco Esterino Montino, l’Assessore ai Servizi Sociali Paolo Calicchio, Gabriella Baggio (terapista), Paolo Romitelli (psicologa), Cristina Ferrera (Pedagogista comunale), Enrico Nonnis (Asl Roma D), Claudia Ruggeri (psicologa), Katia Melchiorre (Octopus cooperativa), Claudia Vinti (associazione equitazione per tutti), Maria Cristina Tini (neuropsichiatra infantile centro Ri.Fi.), Silvia Meini (psicologa) e Martina Fossati (psicologa) Bussola & Clessidra, il Cuore di Cristiano Onlus, Stefano Locci, Gianni Puglia (I mille colori dell’albero della vita).

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Quanto pesa la felicità?

Quanto pesa la felicità?


“Non avrò mai più fame… Avevo tredici anni e avevo smesso di crescere.
Non crescerò più – mi ero detta. Non mangerò che il necessario. Quello che serve per sopravvivere”.

“Piccola” – Geneviève Brisac

“Una volta ero piccola, ero senza parole. Ero piccola e senza parole.
Una volta ero molto leggera, pesavo pochi chili.
Una volta c’erano solo tre o quattro chili di me, solo pochi chili di me, solo pochi chili avevano il mio nome”

“Ossicine” – Mariangela Gualtieri

“Fin da bambina, Ida aveva sentito di non meritare tutti i privilegi e i benefici offertile dalla famiglia perchè le era sembrato di non essere sufficientemente brillante. Le venne in mente un’immagine: lei era come un passerotto in una gabbia dorata, troppo insignificante e semplice per la sua casa lussuosa, ma anche privata della libertà di fare quello che veramente avrebbe voluto”
“La gabbia d’oro” – Hilde Bruch

Anoressia. E’ così che chiamiamo la loro malattia. Ma la loro sofferenza che nome ha?
Nell’anoressia, infatti, la “forma” del disagio, o il “linguaggio” con cui il sintomo parla, si esprime attraverso il corpo.
Ascoltare e far emergere questo “urlo” di dolore può aiutare a rivelare cosa voglia dire effettivamente alla famiglia una persona anoressica: perché il malessere di una ragazza colpita da questa malattia è un malessere comune della famiglia, che ella però giudica solo suo.
Gli incontri ad orientamento sistemico-relazionale coinvolgono la famiglia del paziente designato e, ove possibile e necessario, le famiglie di origine, al fine di andare alla ricerca della radice profonda che ha nel tempo scatenato il sintomo. L’intervento psicologico rivolto all’intero sistema familiare aiuta i genitori a riappropriarsi dei propri strumenti e delle risorse emotive e di sostegno di cui spesso pensano di non essere più in possesso. Permette inoltre alla famiglia di iniziare a leggere correttamente il linguaggio di un sintomo che può arrivare ad essere devastante per tutti.
L’assunzione del linguaggio del corpo nel linguaggio della terapia finisce per dilatarsi a co-creare una lingua comune di quel nuovo corpo che è il sistema terapeutico. Ed è questa lingua comune che, per riprendere la metafora anoressica, può diventare lingua di nutrimento e di sviluppo.

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La cura di chi si prende cura

La cura di chi si prende cura

Tra le pieghe della sofferenza che spesso attanaglia molte famiglie, c’è una realtà nota ma difficile da immaginare e che talvolta, mi permetto di dire, non ha la giusta attenzione nei settori che si occupano del benessere globale del singolo: il “caregiving”, ossia il prestare cure.
Attività lodevole, è spesso inevitabile, difficile e destabilizzante per colui che si ritrova in questo ruolo.

Con una società che invecchia e tutta una serie di gravi disabilità non mortali, ma comunque difficili da gestire giorno per giorno, sono tantissime le famiglie che vengono a contatto con la difficoltà dell’assistenza continuativa, laddove un proprio congiunto si ritrovi al centro di una sequela di amorevoli doveri necessari alla sopravvivenza. Sono situazioni taciute, ma di certo non rare.
Alla parola cura, infatti, spesse volte si associa la parola malattia, sia fisica che mentale, tale per cui la persona malata dipende esclusivamente dalle cure dell’altro. Nella maggior parte di casi si parla del prendersi cura di un familiare con una malattia più o meno grave, verso il quale si provano una serie di emozioni.

I caregiver informali, ossia i familiari che dedicano tempo al malato a titolo gratuito, sono quasi profili umani in secondo piano rispetto all’accudito, spesso restano al di fuori dell’attenzione, anche se la loro attività è fondamentale. Si tratta di persone non di rado stanche, frustrate, ma coraggiose e tenaci, intenzionate a rendere la vita dei propri amati la più dignitosa possibile; le loro condizioni psicologiche però non vengono considerate abbastanza, prima di tutto da loro stessi (che non hanno il tempo, le energie e il denaro per curare sé).
Compongono realmente un universo di bisogno, un universo punteggiato da una moltitudine di peculiarità, e anche nel caregiving familiare dobbiamo tener presente le diverse esigenze delle singole patologie che affliggono il paziente: sempre psico-fisicamente onerose, ma non sovrapponibili, le attenzioni da prestare per esempio a una persona mielolesa, rispetto alla cura di chi è affetto da demenza. I problemi comportamentali, cognitivi, funzionali o fisici che caratterizzano l’accudito modificano di molto anche gli stili di vita del caregiver.

Ho trovato molti studi e statistiche statunitensi sull’accudimento, raccolte di dati che avvengono attraverso questionari, e tra questi ad esempio il “Caregiving Appraisal Scale” di M. Powell Lawton, Miriam Moss, Christine Hoffman e Margaret Perkinson (2000), che sonda i sentimenti e il vissuto di questa prode e silenziosa categoria. E ciò che emerge da queste diverse raccolte di informazioni è la medesima situazione: il caregiver esperisce rabbia, stanchezza, senso di colpa (per il timore di non essere adeguato al compito), o percezione di una propria supposta e percepita “inutilità”.
La tensione del caregiver finisce per manifestarsi anche sul piano fisico (già provato dalle incombenze pratiche) ed è quindi più facile trovare in questi soggetti problemi gastrici, mal di testa, dolori dovuti magari anche alle manovre pesanti che attuano, e tutta una serie di disfunzioni immunitarie e problematiche che spesso derivano anche dal non avere tempo e risorse per poter curare se stessi. L’assenza di spazi dedicati al proprio benessere può essere deleteria, e comportamenti alimentari e abitudini che sono sfogo (come alcool o fumo) portano nel lungo termine a conseguenze nefaste per il fisico, e non sono da sottovalutare gli inevitabili effetti che si hanno a livello cardiaco e globalmente, mantenendo livelli di tensione emotiva così elevati, costantemente.

E dal punto di vista prettamente psicologico?

Sono i sintomi depressivi e i problemi d’ansia il vissuto più diffuso nel caregiving, due tristi compagni che vengono lievemente scalfiti da fattori quali: l’età (un giovane è più in grado di gestire e maneggiare la cura quotidiana); lo stato socio-economico (chi ha più denaro può meglio organizzarsi e talvolta delegare alcune incombenze); la capacità di reperire informazioni del caregiver (più si può capire e comprendere, più si ha la sensazione di aver un minimo di controllo sulla situazione).

Per quanto sia certo che in queste esistenze messe a dura prova esistano zone di luce e sentimenti bellissimi (un’esperienza della grandezza dei legami umani), le conseguenze di questi ritmi possono essere notevoli. Soprattutto quando la malattia “entra” all’interno della famiglia e il riassetto familiare assume una nuova connotazione. Avvengono cioè una serie di cambiamenti inevitabili, legati ad esempio alla perdita del ruolo indipendente del malato, ai cambiamenti di responsabilità all’interno del gruppo familiare, alla modificazione dei ritmi di vita e di lavoro, alle possibili difficoltà economiche e di dispendio energetico: da una parte quindi vi è il normale lavoro quotidiano, dall’altra la cura individuale dell’ammalato che “colpisce” ogni membro della famiglia. Tutto deve essere nuovamente pianificato. Si rompe un equilibrio omeostatico caratteristico della famiglia che è costantemente sottoposta ad uno stato di stress, di ansia e di tensione. Le relazioni familiari soffrono di questa nuova situazione e alle volte i membri della famiglia non ce la fanno ad adattarsi alla dolente condizione.
Sono proprio i familiari coloro i quali necessitano di maggior supporto e assistenza in quanto il percorso psicologico per accettare la malattia è simile a quello di chi vive una situazione di lutto (situazione di perdita e rinuncia). Il processo reattivo della scoperta della malattia si evolve attraverso 4 fasi:

-fase di shock è immediatamente successiva alla diagnosi, comporta vissuti catastrofici tali per cui il sistema familiare tende anche a negare la realtà;

-fase di reazione dove la realtà si “impone”. Evento che suscita angoscia, disperazione, rabbia, amarezza;

-fase di elaborazione in cui la famiglia cerca un senso ed una risposta a ciò che sta accadendo;

-fase del ri-orientamento: la famiglia si riprende la propria esistenza includendo in essa l’esperienza di malattia e tutto ciò che comporta.

Quanto fin qui detto ci ha fatto intendere il dolore che invade una famiglia quando un membro della stessa si ammala e quanto bisogno di comprensione e di ascolto hanno le singole emozioni contrastanti che circolano all’interno della famiglia nel… prendersi cura.

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Non solo autismo: uniti nelle diverse abilità!

Non solo autismo: uniti nelle diverse abilità!

Intervista a Gianni Puglia

Non bastano “mille colori” per dipingere l’intraprendenza di Gianni, papà di Sara, Chiara e Tiziano. Intraprendenza con cui ha potuto trasformare le difficoltà che la vita gli ha riservato in una grande risorsa.
Tiziano è un bambino di sette anni, affetto da Disturbo Autistico (chiamato anche Autismo Infantile o Sindrome di Kanner; DSM IV-TR) diagnosticato all’età di due anni e mezzo, caratterizzato da uno sviluppo anormale e/o menomato nelle interazioni sociali reciproche, nella comunicazione e da forme limitate, ripetitive e stereotipate del comportamento, degli interessi e delle attività.
Venuta a conoscenza della sindrome del figlio, la famiglia di Tiziano ha dovuto affrontare numerose sfide, complicate e dolorose, ma nessuno di loro si è mai arreso. Anzi, papà Gianni ha dato vita ad un movimento di aggregazione che ha come fine quello di poter offrire la propria esperienza come aiuto a tutti coloro che devono percorrere un cammino simile al loro.

Come è nata l’esigenza di creare un’associazione?

È nata come esigenza personale. Ottobre 2013 è stato un momento importante per la mia famiglia: Tiziano, a sei anni, ha detto la sua prima parola. Di consueto la prima parola del proprio figlio è di per se un momento emozionante, ma per noi ha significato anche la nascita di una nuova speranza. Il successo raggiunto da Tiziano ha indotto i medici a suggerirci percorsi specifici, con cui il bambino avrebbe potuto ottenere successivi miglioramenti. Il problema è stato quello di essere entrati in un mondo destinato a pochi fortunati: i costi degli interventi erano altissimi e scarsamente accessibili.
Mi sono fatto forza e ho avuto l’idea di sfruttare i social network per fare rete con tutti coloro che sono vicini alla mia realtà. Ho istituito così la pagina Facebook “Autismo Fiumicino”, sebbene senza troppe aspettative.
Il giorno dopo ho notato come alcuni professionisti hanno iniziato a pubblicare annunci di lavoro, in cui offrivano terapie a tariffe etiche.
Un articolo di questi ha ottenuto nella prima giornata 300 visualizzazioni. Stupito dalla rapidità con cui le informazioni erano state trasmesse, e visto il numero di persone che sempre di più popolava la pagina, ho pensato di mettermi in contatto con alcuni dei terapisti esperti, con l’intento di creare un gruppo di professionisti che potesse essere al servizio di chi, come noi, avesse bisogno di un intervento accessibile e qualificato.

Qual è lo scopo principale dell’equipe clinica di cui si avvale?

L’idea di base è quella di proporre un metodo di cura che tenga conto della patologia da un punto di vista biopsicosociale e che non si opponga, ma affianchi, il metodo istituzionale. È un privato accessibile, non di lusso, a cui l’intera comunità può rivolgersi, sia nei casi di disabilità sia nel caso di problematiche diverse.
Intere famiglie possono rivolgersi ai nostri professionisti per interventi multidisciplinari. L’equipe è infatti composta da Medici, Psicologi, Neuropsicomotricisti, esperti del Metodo ABA, Counsellor alimentari ed altri ancora.
Dopo solo un mese da quando ho istituito il gruppo di lavoro, nove famiglie mi hanno contattato, con la richiesta di un percorso di terapia per i propri figli.

Cosa vorrebbe dire alle famiglie che si stanno affacciando a questa realtà, partendo dalla sua esperienza personale?

Appena scopri che tuo figlio è affetto da disturbo autistico il sentimento che prevale è la rabbia. Ti trovi a chiudere le porte di casa poiché tutto diventa pericoloso, complicato. Il bambino è agitato, salta, butta a terra gli oggetti, costruisce giochi suoi da cui non vuole separarsi, ma che sono difficili da trasportare.
Il passo successivo è quello di affrontare il mondo dei medici: prime visite, diagnosi, interventi. Ti ritrovi a raccontare la tua storia a persone diverse così tante volte da perdere il conto. Spesso mi sono sentito solo, inadeguato e questo mi ha dato la forza per mettermi in gioco e per tirare fuori un pò di quella sana aggressività che mi ha permesso di aiutare mio figlio senza troppa paura.
Per troppo tempo io e mia moglie ci siamo sentiti come due osservatori che piangono silenziosamente.
È ora che ci facciamo vedere, il viso di Tiziano, sempre sorridente, deve diventare il simbolo dell’autismo. Ogni difficoltà che abbiamo affrontato è stata trasformata in una nuova forza ed è per questo che, a tutte le persone che hanno il mio stesso problema, suggerisco di uscire dall’isolamento e condividere la propria esperienza.
La sala di attesa dei centri di cura è molto importante poiché è il luogo in cui poter condividere il proprio dolore, confrontare le tappe di sviluppo del proprio figlio con quello degli altri bambini, festeggiare insieme i successi e sostenersi negli insuccessi.

Qual è l’arma vincente del suo progetto?

A vincere sono le famiglie. Sogno un progetto che appartenga ai genitori.
I nostri operatori entrano nelle case e aiutano chi sembra non avere via d’uscita. La scienza e la medicina sono molto importanti, ma se non c’è chi accede al cuore delle famiglie non andiamo da nessuna parte.
Vogliamo meno discriminazione e più sensibilizzazione, creiamo punti d’ascolto e d’accoglienza, curiamo partendo dalle persone, offriamo un servizio che sia facilmente raggiungibile, continuo nel tempo e con costi sostenibili.

Qual è il suo sogno più grande?

Il mio sogno più grande è quello di creare una grande famiglia: aggregazione, cura e responsabilità in grado di affrontare le “diverse-abilità”.
Tiziano deve diventare famoso, così diventeranno famosi tutti i bambini del territorio, sia autistici che con altre disabilità.

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Prendiamo per mano l’ansia

Prendiamo per mano l’ansia

Cos’è l’ansia?

É una sensazione penosa in cui il soggetto si sente in pericolo e impotente, e può essere provocata da fenomeni reali o immaginari. A volte può accadere che il segnale d’ansia, il segnale di pericolo, non riesca ad attivare adeguatamente le risorse per fronteggiare la difficoltà; in questo caso, l’ansia diventa più intensa e persistente, cosicché quello che inizialmente era un modesto stato di allarme si trasforma in un’opprimente sensazione di apprensione e di conflitto.

I ritmi che la nuova società ci propone, la crisi economica e la precarietà del lavoro sono solo alcune delle tematiche in cui tale vissuto può essere inscritto e può trovare numerose forme di espressione.

Stress e ansia sono strettamente collegati, tant’è che possiamo considerarli come due facce della stessa medaglia. Fattori individuali (caratteristiche personali del soggetto) e fenomeni ambientali (intesi come situazioni, esperienze o persone), interagiscono in modo tale che i bisogni dell’uno si intersecano e talvolta interferiscono con le richieste dell’altro, provocando una attivazione dell’organismo che non sempre riesce a reagire in modo efficace.
Lo stress in sostanza è una sollecitazione che l’organismo subisce quando vi è un cambiamento nell’equilibrio tra organismo e ambiente.
L’ansia è una sua possibile conseguenza.

Tutti noi abbiamo provato e proviamo ansia e, allo stesso tempo, siamo capaci di comprendere facilmente l’ansia degli altri e di immedesimarci nel loro stato d’animo. L’ansia è insomma un’emozione fondamentale e del tutto spontanea, che ha la funzione di proteggerci dalle minacce esterne preparandoci all’azione e contemporaneamente motivandoci all’interazione con il mondo circostante.
L’ansia ha altre funzioni fondamentali oltre a quelle sopraccitate; essa ci consente di impegnarci nei compiti che svolgiamo quotidianamente, in particolar modo in quelle attività che non svolgiamo con interesse ma che dobbiamo portare a termine. Studiare per un esame poco interessante, per esempio, diverrebbe pressoché impossibile se non vi fosse una spinta sottostante di ansia da prestazione. Anche svolgere il proprio lavoro nel quotidiano, con impegno, non sarebbe sempre possibile senza la pressione dell’ansia. Allo stesso modo, anche un’azione apparentemente banale come quella di uscire di casa in tempo per prendere l’autobus o il treno fallirebbe miseramente se fosse esente da ansia.
Questi tipi di ansia sono costruttivi, in altre parole risultano funzionali alla nostra sopravvivenza. Fungono da intermediario tra il mondo esterno e il nostro mondo psichico interno, rendendoci capaci di far fronte ai problemi della vita e di adoperarci per migliorare il nostro adattamento all’ambiente. Sono dunque fattori di crescita e sviluppo della personalità che forniscono stimoli e motivazione all’accrescimento.
Tuttavia può accadere che non siamo capaci di superare del tutto una situazione di pericolo, oppure allo stato d’allarme e d’attivazione non corrisponda un pericolo reale da fronteggiare e risolvere; in tal caso l’ansia si trasforma da risposta del tutto naturale e adattiva a sproporzionata o irrealistica preoccupazione, ed assume una connotazione di un disturbo psichico, perdendo la funzione di elemento di crescita e maturazione, divenendo piuttosto un elemento di disgregazione della personalità. È così che l’ansia perde la sua funzione adattiva tesa a favorire il rapporto con l’ambiente, provocando al contrario disadattamento e perdita di contatto con l’ambiente stesso.
Confusi da tale sensazione l’individuo può essere pervaso da un vissuto di solitudine e abbandono, arrivando a pensare che nessuno è in grado di ascoltarlo tantomeno comprenderlo.

La funzione del GRUPPO e dell’ASCOLTO, in tal caso, gioca un ruolo fondamentale nel comprendere che certi stati d’animo sono assolutamente condivisi e condivisibili. Aprirsi ad esso permette di avere risorse alternative e una rete su cui fare affidamento.

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Il Disturbo di Panico nell’esperienza clinica di un servizio universitario

Il Disturbo di Panico nell’esperienza clinica di un servizio universitario


Il “disturbo di panico” (DP) rappresenta oggi una delle patologie emergenti e in progressiva espansione. Ciò che caratterizza il panico è l’esperienza travolgente dell’angoscia, che sembra non avere alcuna forma di contenimento e che si esprime a livello somatico con una serie di sensazioni fisiche che suscitano nel paziente la convinzione di essere sul punto di morire, di impazzire, o di perdere il controllo.

Articolo pubblicato su rivista “Psicobiettivo” Vol.XXXIV – Febbraio 2014

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Mio figlio è “iperattivo!”

Mio figlio è “iperattivo!”


Sempre più spesso i genitori si trovano ad affrontare dei comportamenti particolari del proprio figlio che è etichettato come “iperattivo”.

Per questo mi è sembrato interessante proporre piccole linee guida, a tutti coloro che si occupano d’infanzia, per distinguere quando un bambino può essere definito un DDAI (disturbo da deficit di attenzione e iperattività; DSM-IV 1994), da quando la condotta è una condizione “non clinica” (un sintomo) che comunque sottende un disagio.

I bambini con diagnosi di DDAI, spesso incontrano ostacoli in aree importanti dello sviluppo, come l’apprendimento, il controllo dell’aggressività, e le relazioni sociali (Hinshaw, 1994).
Il DSM distingue il disturbo all’interno di tre quadri clinici, a seconda della prevalenza di sintomi di disattenzione (tipo con disattenzione predominante), di iperattività (tipo con iperattività/impulsività predominanti), oppure un quadro in cui sono presenti entrambi (tipo combinato).
Affinché si possa diagnosticare uno di questi tipi, è necessario che siano presenti almeno sei sintomi specifici in ciascun’area, ne cito solo alcuni quali: aggressività e condotte antisociali, difficoltà nell’apprendimento e scarsi risultati scolastici, rifiuto da parte dei pari…
È difficile stabilire un’unica causa eziologica, ma è possibile comunque distinguere variabili che predispongono al disturbo, ossia “fattori di rischio biologico o ambientale”, e “eventi precipitanti” ossia eventi che accompagnati ai fattori predisponenti, favoriscono il comportamento disturbato.

Non credo che questo sia il contesto per essere troppo specifici. Il punto è che solo un’accurata valutazione clinica rende possibile l’identificazione di taluni soggetti, e non tutti i bambini che manifestano una “spiccata vivacità” sono DDAI.
Che si tratti di una condizione clinica generale, piuttosto che di un sintomo specifico, la mia attenzione si rivolge alle famiglie: solitudine, inadeguatezza, senso di colpa, sono i peggiori nemici per una mamma o un papà con un bambino che manifesta un disagio.

Le famiglie che riconoscono le difficoltà dei propri figli, non sempre richiedono una valutazione diagnostica oppure si rivolgono a specialisti, (a meno che non siano tempestivamente segnalati dalle scuole), ma alcune di esse si trovano da sole e impotenti di fronte a bambini ingestibili, seppure piccolissimi. Arduo è dunque il compito genitoriale, quando non si riesce a calmare o contenere il proprio figlio, in preda a una crisi di nervi, a un pianto dirompente, o a una spiccata attivazione psicomotoria.
È questo il termine con cui ritengo più giusto definire questi bambini: “bambini in difficoltà”, tanto quanto i propri genitori.
Non si può pertanto limitare al bambino la diagnosi di un disturbo, ma è importante comprendere nell’analisi l’intero sistema famiglia, che soffre e si trova in difficoltà.
L’intervento rivolto a queste famiglie può essere polifunzionale e può coinvolgere l’individuo, la famiglia e il contesto sociale.
Sarà così possibile creare uno spazio ”alternativo” in cui i bisogni e le paure possano trovare libero sfogo, cercando di dare un senso a quell’”agitazione” che tanto spaventa.

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La sindrome dell’impostore: la paura di non essere quello che gli altri pensano

La sindrome dell’impostore: la paura di non essere quello che gli altri pensano


“Prima o poi si accorgeranno che non sono brava come pensano, che in realtà finora li ho imbrogliati tutti”

Alzi la mano chi, specialmente se donna, non l’ha mai provato. Avere raggiunto almeno parte dei propri obiettivi, un ruolo professionale se non proprio di successo, di qualche importanza, ma invece di gioirne, congratulandosi con se stessa per le proprie capacità, la tenacia e l’impegno, si avverte una sensazione sottile e sgradevole: quella di essere in qualche modo “fuori posto”, fuori luogo e soprattutto di non meritare realmente il plauso ottenuto. Con un corollario di convinzioni al limite del masochista, come “Se ci sono riuscita io possono farcela tutte”, “Prima o poi si accorgeranno che non sono brava come pensano”, “Il mio successo? Semplice fortuna, niente di più”.

Si chiama “Sindrome dell’impostore”, colpisce studentesse e professioniste affermate, dive del cinema come la grande Meryl Streep, e donne della comunicazione.

Si tratta di un fenomeno soprattutto femminile, quel sentirsi piccola e confusa come una scolaretta di fronte a situazioni o eventi professionali che in realtà si è in grado di padroneggiare perfettamente. Situazioni in cui si tende ad apparire compunte e un po’ terrorizzate proprio quando si avrebbero tutte le carte per emergere e farsi vedere invece sicure e competenti. E’ come se le critiche, o piuttosto la paura di riceverne, ci facessero regredire, dimenticare i successi e i risultati comunque ottenuti. E se non siamo noi stesse a farci vedere convinte delle nostre capacità, nessun altro ci darà credito.
Le vere vittime della “sindrome” sono principalmente donne capaci, in gamba, preparate, bravissime a svalutarsi, a nascondersi dietro giustificazioni risibili, a dare agli altri il merito del proprio successo.. al punto di sbagliare apposta (arrivando tardi, riempiendosi di impegni in modo da non avere tempo per prepararsi a dovere, addirittura curando maniacalmente i dettagli di un lavoro, un libro, una presentazione, senza concludere mai) un esame, una presentazione o un colloquio importante proprio per poter dire a se stesse: “Hai visto? Non ci sei riuscita, non valevi abbastanza”.

Ma questa “sindrome” è un tratto caratteriale, riflesso di una personalità ansiosa, o una strategia sociale più o meno consapevole?

Nel 2000 alcuni ricercatori della Wake Forest University conclusero che molti di questi “presunti impostori” adottavano l’autosvalutazione come strategia sociale, quand’anche inconsapevolmente, ed erano segretamente più sicuri di sé di quanto rivelassero. Mi vengono in mente tanti studenti secchioni che prima di un esame dicono a tutti “Non ho studiato nulla! Non so niente!” e poi tornano con un bel 30 tondo tondo. E’ infatti proprio in circostanze come queste che le persone tendono ad affermare che non sono brave come gli altri pensano. In questo modo abbassano le aspettative degli altri e si accreditano come “umili”. La sindrome dell’impostore sembra quindi più una strategia di autopresentazione tesa a diminuire le aspettative degli altri in merito alla propria prestazione che un tratto di personalità.
Nonostante questo, le persone che nutrono queste convinzioni tendono ad avere meno fiducia in sé stesse, sono più volubili e vengono colpite più frequentemente da ansie da prestazione.
Da un lato, dunque, una distorsione cognitiva nella valutazione di sé, dall’altro una propensione, più spiccata per alcuni, a “mettere le mani avanti”. Probabilmente un equilibrio fra le due cose può restituirci il senso adeguato e realistico di quello che siamo davvero. Quale trucco, allora, per uscirne?
Un modo può essere “autopremiarsi” per ogni nostro successo, piccolo o grande che sia. O rispondere semplicemente “grazie” a chi ci fa i complimenti, lasciando perdere, per una volta, frasi del tipo “figurati, non era importante”, oppure “ma il merito non è (solo) mio”.
In certi casi, però, il terrore di essere “scoperti” può diventare paralizzante, tanto da richiedere un cambiamento di mentalità, un modo nuovo di vedere le cose. Per arrivare, un giorno a dire, come la tostissima Margaret Thatcher: “Non sono stata fortunata. Tutto quello che ho ottenuto me lo sono meritato”.

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