All posts by dott.ssa Meini

Comfort food: la memoria nel piatto

Comfort food: la memoria nel piatto

Il cibo non rappresenta, per noi umani, soltanto un mero strumento di sopravvivenza fisica: assegniamo inevitabilmente tutto un complesso di significati sociali e affettivi al cibo tant’è che, lo diceva già Lévi-Strauss, ciò di cui ci nutriamo non è mai solo buono da mangiare, ma necessariamente anche “buono da pensare”.

Il cibo ha tuttavia un significato affettivo ambivalente e apparentemente contradditorio: può rappresentare un “coccola”, un modo, come altri, di volersi bene e concedersi un piccolo piacere per rinfrancarsi dopo una brutta giornata, ma può rappresentare anche una modalità automatica e compulsiva di reagire alle difficoltà della vita, “anestetizzando” qualunque disagio affettivo dietro un falso senso di fame. In questo secondo caso, in realtà, stiamo mangiando le nostre emozioni senza riuscire né a viverle pienamente né a gustare realmente ciò che mangiamo.

Fra questi due estremi sta l’infinita e variegata variabilità del comportamento umano nei confronti del cibo e del potere consolatorio dei cosiddetti comfort foods.

Ma in cosa consistono esattamente?

Vari studi in campo psicologico e nutrizionale riportano una distinzione fondamentale: da una parte esistono cibi che contengono elementi nutritivi, i quali vanno a interagire direttamente con il nostro umore (per es. le banane o gli spinaci). Dall’altra parte esiste, appunto, il comfort food, cioè quel cibo che, grazie alla capacità del nostro cervello di fare associazioni tra un evento piacevole e specifiche sensazioni come odori, sapori e consistenze del cibo, fornisce felicità a livello psicologico. Il comfort food è infatti quella pietanza che ristora l’anima e il corpo, quel piatto che dopo una giornata decisamente no ha il potere di farci sentire protetti, coccolati e appagati.

L’aggettivo comfort sta ad indicare la capacità del cibo di confortare, consolare, coccolare, di soddisfare un bisogno sia fisico ma soprattutto emotivo. In fondo riesce a colmare le mancanze in momenti di stress fisici ed emotivi che ognuno di noi accumula durante la giornata.

Quello che è certo, infatti, è che il comfort food ha un potere palliativo e rigenerante non per le sue proprietà nutritive, ma perché è quello di cui abbiamo voglia quando vogliamo coccolarci e l’effetto placebo è evidente fin dal primo morso.

Il comfort food è figlio della comfort zone, un luogo familiare e intimo in cui ci rifugiamo quando fuori imperversano impegni e scadenze, e cambia da persona a persona. Non esiste, infatti, un comfort food adatto a tutti: ognuno confida le proprie debolezze, sopperisce alle proprie mancanze, con un piatto in particolare, perché legato a sensazioni a ricordi del tutto personali. Può identificarsi in quella torta di mele che preparava sempre la nonna, quel piatto del cuore che preparava per anni per il pranzo della domenica, quel cibo legato alla propria infanzia che al sol pensiero vi fa tornare bambini, legato ad una persona cara, ad un posto, un luogo, un ricordo felice. Ognuno ha il suo rimedio di gola per stare bene.

Gli psicologi chiamano questa categoria di cibo “surrogato sociale”, cioè esperienze non umane che ci fanno sentire uniti con gli altri. Infatti non solo mangiare comfort food ci fa sentire meglio e quindi in qualche modo ha lo stesso effetto degli amici, ma anche il solo pensare a questi cibi ha un effetto positivo sul nostro umore.

Ci sono però anche degli effetti negativi a lungo termine. Nella vita adulta un buon indicatore della salute psicologica e della capacità di gestire le emozioni e gli stress non è data tanto dal tipo di strategia che adottiamo per sentirci meglio, ma soprattutto da quante modalità diverse e variegate possiamo adottare per affrontare le difficoltà e darci conforto. Un rapporto sano col cibo non significa non utilizzarlo mai come comfort food, piuttosto poter ricorrere anche ad altre forme di conforto nei momenti di stress: leggere un libro, ascoltare della musica, cucinare, andare a fare shopping piuttosto che andare a correre o in palestra… Tante attività possono essere di conforto e, se lo sono realmente, ci lasciano uno stato d’animo più sereno con il quale ci sentiremo più in grado di affrontare la situazione. Quando i comfort foods rappresentano invece una dipendenza, e quindi l’unica modalità con cui reagire alle avversità della vita, dopo un temporaneo sollievo lasciano generalmente sensi di colpa, tristezza e autosvalutazione che peggiorano lo stato di sconforto iniziale rischiando di innescare un pericoloso circolo vizioso. In questo caso quella porzione di lasagna o quel pacco di biscotti non avranno rappresentato una reale coccola per rinfrancarci, piuttosto l’ennesima sconfitta verso noi stessi e la nostra capacità di gestire e decidere della nostra vita…

In generale, quando siamo dipendenti dai comfort foods stiamo soltanto “mangiando” le nostre emozioni per non sentire ciò che ci disturba allontanandoci sempre di più dal vero problema e mettendoci nelle condizioni più difficili per affrontarlo.

Spesso la scelta di seguire un regime alimentare più sano dipende o viene comunque largamente influenzata da dinamiche relazionali e modalità di pensiero caratteristiche. La sensazione è che il cosiddetto “emotional eater”, ossia colui che non riesce a seguire delle sane regole alimentari poiché tentato dal cibo a trasgredire, utilizzi il cibo non solo come sostituto simbolico di qualcosa che manca, ma come vero e proprio “oggetto” con il quale creare un rapporto che sia fonte di una qualche forma, seppur surrogata, di soddisfazione. “Non riesco a dire questa cosa”, “Non riesco ad avere una relazione soddisfacente con questa persona”, “Non sono soddisfatto di me”, “Non riesco ad impormi”, “Non riesco a risolvere questo problema sul lavoro” sono alcune delle affermazioni alle quali segue il ricorso al cibo come mezzo di consolazione. Cosa avviene nello specifico e perché ricorriamo al cibo anche se non lo vorremmo e dopo, spesso, ci sentiamo anche in colpa?

In tutte queste dinamiche c’è uno spostamento (dalla realtà del qui ed ora, dalla situazione conflittuale o dal problema che non riusciamo ad affrontare e risolvere, quindi da un focus interno), a qualcosa che ci dà soddisfazione, anche se momentaneamente (focus esterno), che ci fa sentire meglio e ci allevia le sofferenze date dall’ansia, dalla tristezza e dalla rabbia, ci conforta e ci rassicura, facendoci ritrovare l’ottimismo ed il buonumore, anche se solo per un momento. Già agli albori della psicoanalisi era stato studiato il rapporto tra uomo e cibo ed il significato simbolico che questo assume, al di là della mera e semplice funzione nutritiva. Pensiamo, per esempio, alla fase orale nello sviluppo del bambino descritta da Freud, al rapporto con la madre nel periodo dell’allattamento descritto da Melanie Klein, ed anche alla cosiddetta “personalità orale” di cui si parla in bioenergetica. Quest’ultima, in particolare, si sviluppa nella misura in cui al bambino non viene dato cibo in rapporto al reale bisogno nutritivo bensì, per esempio, per sedare il pianto, sopprimendo in tal modo l’espressione di altri bisogni. Questa, come altre modalità simili che insorgono già dai primissimi mesi di vita nella diade madre – bambino, hanno un importante impatto relazionale, che può appunto essere alla base di un successivo disturbo in età adulta, sul cui aspetto relazionale è sempre possibile intervenire attraverso una psicoterapia. Così come ce lo descrive A. Lowen, infatti, il carattere orale si distingue per la tendenza al bisogno di approvazione, per la richiesta di supporto continuo, nonché di rassicurazioni (il nutrimento), e per la tendenza ad instaurare legami di tipo dipendente. Tutti aspetti che ci rimandano al bisogno di un nutrimento che, oltre che fisico, sia anche emotivo.

Di fatto si crea una sorta di circolo vizioso in cui, se inizialmente il ricorso al cibo può essere controllabile, a lungo andare diventa una vera e propria dipendenza dalla quale è sempre più difficile uscire, sia fisiologicamente che psicologicamente, in quanto si tenderà a credere che il proprio benessere dipenda esclusivamente dall’assunzione di cibo. Quindi, agli aspetti di gratificazione sensoriale si sommano quelli legati alla reazione fisiologica, che deriva dall’assunzione di carboidrati, ed agli aspetti psicologici, che ci impediscono di ritenerci capaci di uscire dal quel meccanismo di dipendenza, con grosse ricadute sull’autostima personale.

Del resto occorre ammettere che, se il problema fosse legato solamente ad una disconoscenza delle fondamentali regole di buona e sana educazione alimentare, basterebbe una dieta per risolvere la questione in maniera definitiva. Spesso non basta nemmeno affrontare il problema del cambiamento delle abitudini alimentari, dei ritmi e dello stile di vita, poiché, una volta interrotte anche le visite di controllo, prima o poi, nella fase di mantenimento, si finisce per ricadere nelle vecchie modalità comportamentali. Dunque, mangiare non è qualcosa di “matematico”, in cui imparo come farlo, conto le calorie e modifico le mie abitudini alimentari, ma è un processo che fa leva su aspetti ben più profondi e radicati nel nostro essere.

È fondamentale dunque che, nel momento in cui ci si appresta a iniziare un percorso per la gestione del peso, non ci si fermi solo agli aspetti dietologici, ma si affrontino anche quelli psicologici.


More

Parte il progetto “Mi Nutro di Vita”!!!

Parte il progetto “Mi Nutro di Vita”!!!

L’arrivo di un figlio produce, sia a livello individuale che nella coppia, tanti “sconvolgimenti”: bisogna fare spazio a nuove emozioni, pensieri, funzioni, ruoli, confini, tempi. Una riorganizzazione che, accanto alle tanto decantate gioie, richiede anche tante fatiche e, a volte, può accompagnarsi ad un innalzamento della tensione nella coppia o far (ri)emergere delle sintomatologie individuali (stati di ansia, depressione, etc.) che spesso non caratterizzano solo l’umore della futura mamma, ma anche del papà.
La dolce attesa, inoltre, richiede alla futura mamma un’attenzione particolare alla propria alimentazione, al fine di garantire a se stessa e al piccolo il giusto nutrimento, contrastare eventuali sintomi (nausee, reflusso,etc.) e ridurre il più possibile il rischio di contrarre spiacevoli e/o pericolose infezioni.

La dott.ssa Silvia Meini, psicologa psicoterapeuta, e la dott.ssa Marta Marini Padovani, biologa nutrizionista, mettono a disposizione la loro competenza proponendo dei gruppi tematici sulle varie tappe del ciclo di vita, in cui si alterneranno momenti di condivisione e scambio delle proprie esperienze a momenti più “didattici” in cui verranno fornite nozioni di alimentazione e psicologia.

Alla fine dell’incontro:
👉rilasciate linee guida sul corretto stile alimentare da seguire durante il periodo trattato 🤓📜
👉momento coccole, con macedonia di frutta e gelato 🍎🥝🍍🍨

✔Primo incontro: LA GRAVIDANZA
📅SABATO 21 APRILE 2018
⏰ 10.00 – 12.00
📍Piazza dei Re di Roma, 3 – scala c – int.1 (Roma)
💰20€

Per iscrizioni:
☏346.4208693
📧info.psiconutrizione@gmail.com

More

I Disturbi del Comportamento Alimentare

I Disturbi del Comportamento Alimentare


I Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA) sono patologie in cui il sintomo più evidente è l’alterazione del comportamento alimentare, unito a una valutazione estremamente negativa del proprio corpo e ad un’alterata percezione della sua immagine e del peso.
Si riconoscono tre tipi di disturbo del comportamento alimentare: Anoressia Nervosa (AN), Bulimia Nervosa (BN) e Disturbo da Alimentazione Incontrollata (DAI).

La caratteristica principale di tali disturbi è una significativa alterazione del comportamento alimentare dell’individuo, che va dal rifiuto generico del cibo a vere e proprie abbuffate, ed è associata a forti preoccupazioni relative al peso e alla forma corporea. L’alterazione della percezione dello schema corporeo favorisce la convinzione nei soggetti con DCA, di essere grassi pur essendo sottopeso, alimentando il terrore di ingrassare, o contribuendo ad assumere comportamenti che alternano momenti di digiuno a momenti in cui vengono ingerite grosse quantità di cibo.

Nei disturbi del comportamento alimentare rientrano anche l’obesità e il sovrappeso, che possono assumere le caratteristiche di vere e proprie malattie note per il loro carattere di cronicità e per le patologie correlate, e diffuse sia nella popolazione adulta sia in quella infantile. L’obesità e il sovrappeso, infatti, possono interferire con lo stato di salute, sia a causa di patologie correlate quali ad esempio il diabete, l’ipertensione, le malattie cardiocircolatorie, sia a causa di profondi disagi psicologici legati alla scarsa accettazione del proprio corpo e al fallimento dei tentativi di perdere peso. Inoltre esse possono avere forti ripercussioni sui piani relazionali e sociali, nonché assumere connotazioni etichettanti e stigmatizzanti.

I disturbi della condotta alimentare, così descritti, hanno significative correlazioni con la sfera psicologica del soggetto al punto da essere indicati da alcuni autori come il segnale della lotta incessante del soggetto contro un profondo senso di impotenza e disvalore, percepito soprattutto in ambito familiare.

Attualmente le linee guida internazionali indicano che l’approccio ai disturbi alimentari non può prescindere da una modalità di intervento multidisciplinare effettuata da professionisti di formazione diversa (nutrizionisti, dietisti, endocrinologi, psichiatri e psicoterapeuti) che lavorano in equipe costituendo una rete di supporto per il paziente. La complessità della problematica alimentare, infatti, deve essere trattata tenendo conto di approcci terapeutici differenti che lavorano in sinergia, proiettati verso un unico obiettivo: il benessere del soggetto.

Il trattamento psicologico, che si affianca al lavoro medico-nutrizionale, prevede un lavoro sui processi di pensiero e sul comportamento del soggetto (trattamento cognitivo comportamentale), ma anche un lavoro mirato con il paziente e la sua famiglia (terapia familiare).

Salvador Minuchin, uno dei massimi esponenti della terapia familiare, ha introdotto il concetto di “famiglia anoressica” per sottolineare la profonda influenza che la famiglia ha sulla formazione della sintomatologia anoressica. La famiglia, in quanto matrice dell’identità e luogo di definizione del sé di ogni suo componente, è il contesto all’interno del quale modalità relazioni disfunzionali diventano promotrici di condotte sintomatologiche rilevanti. Nell’approccio terapeutico di tipo familiare diventa importante osservare e valutare le relazioni che intercorrono nella famiglia, i triangoli di alleanze e complicità tra i suoi componenti ed i miti che attraversano le generazioni.

Diversi autori, partendo da questi presupposti, hanno individuato alcune caratteristiche specifiche e ridondanti nelle famiglie in cui è presente un soggetto con un disturbo alimentare:

  • Iperprotettività: i membri della famiglia sono sensibili a qualsiasi segnale di malessere, attivando risposte di protezione e di difesa che ritardano le spinte all’autonomia e alla differenziazione;
  • Invischiamento: mancanza di confini. Ciascun membro della famiglia è ipercoinvolto nella vita di ogni altro membro della famiglia al punto che nessuno esperisce un senso di identità separata. In queste famiglie, secondo Minuchin, sono stati eretti confini molto solidi tra l’interno e l’esterno della famiglia, ma all’interno invece i confini sono molto labili ed esiste poca differenziazione tra un membro e l’altro a discapito dell’individuazione e dell’autonomia personale;
  • Rigidità ed evitamento del conflitto: secondo gli studiosi in molte di questa famiglie si dà grande rilevanza al comportamento educato e rispondente ai canoni sociali; i genitori sono fieri della loro bambina perfetta che non ha mai manifestato i comuni atti di insubordinazione infantile, come il contraddire, la caparbietà o l’ira. Il conflitto viene evitato e la famiglia mantiene uno status quo piuttosto rigido e stereotipato che non cede mai il passo al nuovo e al cambiamento. La mancata espressione dei sentimenti, specie di quelli negativi diventa una regola generale finché non si manifesta il problema e l’antica bontà si trasforma in un negativismo indiscriminato.

In quest’ottica, inoltre, si osserva come il cibo può essere utilizzato per scopi che oltrepassano la sua mera funzione nutritiva, assumendo connotazioni ricattatorie, rivendicative o anestetizzanti nei confronti del dolore e della sofferenza. Il cibo può diventare così oggetto d’amore o espressione del linguaggio dell’affetto che sostituisce la parola, che placa gli animi e appaga i bisogni che non trovano ascolto, dove talvolta l’adipe può funzionare come un cuscinetto che difende dalla paura di crescere e di confrontarsi con il nuovo.

Il modello sistemico relazionale, lavorando con i sistemi familiari, interviene sulle condotte relazionali che “sostengono” il sintomo e che rendono spesso inefficace qualsiasi tentativo di intervento nella direzione di un’adeguata educazione alimentare. L’obiettivo della terapia familiare è individuare le modalità relazionali presenti tra i membri del nucleo familiare che rendono “funzionale” il sintomo all’interno del sistema poiché favoriscono il mantenimento di uno status quo, resistente al cambiamento e all’evoluzione individuale e familiare. La finalità del lavoro è quella di ricercare il significato che il cibo assume nella famiglia per aiutare i suoi componenti a sperimentare altri linguaggi, dinamiche relazionali più flessibili e adeguate, e riportare il cibo nella sua giusta collocazione.

“I genitori non sono il problema, ma una parte della soluzione”

Daniel La Grange

More

Obesità infantile: il ruolo della famiglia

Obesità infantile: il ruolo della famiglia


L’obesità infantile ha una genesi multifattoriale, essendo il risultato di diverse cause più o meno evidenti che interagiscono tra loro. In questa sede farò un breve cenno a quelli che sono gli aspetti più prettamente psicologici, in particolare mi soffermerò sull’importanza giocata dalla famiglia nella genesi e nel mantenimento dell’obesità stessa.
La famiglia ha infatti un rilevanza importantissima nello sviluppo psico-fisico del bambino obeso.

La famiglia dell’obeso è spesso caratterizzata da un padre debole sottomesso alla figura materna, e che viene additato dalla madre come esempio da non imitare, mentre questa mostra aggressività ed anche prepotenza, svolge un ruolo determinante nell’educazione dei figli, e non riuscendo ad elargire sicurezza ed affetto, compensa con una iperalimentazione. La madre vive nel timore dell’allontanamento del figlio e quindi gli impedisce qualsiasi attività (fisica, sociale, ecc.) che possa renderlo più autonomo, ed è quindi convinta che i suoi desideri rispecchino quelli del figlio, ma comunque a volte alterna momenti di dedizione a momenti di rifiuto del figlio (Selvini Palazzoli et al., 1998).
Questi due aspetti contraddittori tendono a confondere il figlio che non riesce a delineare una sua identità, e pertanto il bambino, crescendo in un ambiente così insicuro e ricco di messaggi incoerenti e contraddittori, trova difficoltà a discernere ciò che è essenziale per lui, e quindi è costretto a sottovalutare o coprire le proprie esigenze e di conseguenza la sua individualità (Minuchin, 1976).
Ciò è dovuto alla presenza di legami fragili che scoraggiano lo sviluppo dell’individuo e la sua autonomia. Tali famiglie hanno difficoltà ad affrontare problemi e cambiamenti, mentre l’eccessivo stare insieme e la stretta unione portano ad una mancanza di privacy e quindi ad una scarsa percezione di sé e degli altri: in questo clima, soprattutto crisi familiari o personali innescano la bulimia.
Inoltre, in questi contesti familiari si osserva un clima di pseudoarmonia che è l’espressione di una eccessiva protezione e di una incapacità a risolvere i conflitti, ed in cui tutto si manifesta con una mancanza di aggressività, con una estrema passività, scarsa stima di sé, forte paura di essere respinti dagli altri, associata ad un grande bisogno di essere aiutati ed essere riconosciuti dagli altri (Brouwers, Wiggum, 1993).
E’ evidente che nelle crisi di voracità c’è una tendenza depressiva di fondo, che spiega anche i sensi di colpa che questi soggetti hanno nei confronti del loro eccessivo mangiare, la consapevolezza di aver distrutto l’oggetto, simbolicamente rappresentato dal cibo, ma anche la voglia di continuare a mangiare, pur non avendo più la capacità di ingerire cibo, che esprime sia l’insaziabilità di questi soggetti, sia l’inutilità del meccanismo difensivo della voracità; l’equivalenza oggetto desiderato-cibo, porta inevitabilmente ad una delusione continua che innesca perversamente la dinamica dell’insaziabilità, ovvero l’impossibilità di essere soddisfatti.

Le modalità relazionali della famiglia dell’obeso evolutivo mostrano una coppia genitoriale con una elevata conflittualità basata su criteri differenti di vivere e giudicare gli avvenimenti, dai tratti caratteriali e stili di vita difficilmente compatibili: spesso la moglie accusa il marito di essere avido, avaro, mentre lei è prodiga e disponibile, oppure uno dei due mostra particolari sensibilità mentre l’altro è un calcolatore freddo e razionale (Magagna et al. 1994). Queste diversità, anziché essere discusse ed elaborate, vengono esasperate fino al limite di una rottura, che però non avviene mai, si assiste cioè ad un conflitto permanente che si svolge all’interno di posizioni inconciliabili, quindi senza alcuna possibilità di soluzione, ossia di separazione, anzi essi tendono a mantenere la conflittualità ed allargarla sempre più coinvolgendo i figli, che quando raggiungono l’adolescenza e quindi si verrebbero a creare le condizioni per una possibile o simbolica separazione, fanno aumentare i conflitti; la paura di una possibile separazione innesca meccanismi di falsa coesione o addirittura atteggiamenti coercitivi tendenti a limitare le già scarse possibilità di autonomia del figlio (Shaver, Hazan, 1995).
Da tutto questo il tentativo di falsa risoluzione dei problemi attraverso il cibo, come se tutto ciò che è emotivo possa essere ridotto e risolto in termini orali; sicuramente entrano in gioco fattori ed elementi con particolari valenze simboliche, ma anche perché è la modalità relazionale in cui la madre, con la sua specifica funzione alimentare, può assumere un ruolo determinante. Quindi il cibo viene vissuto come una sorta di panacea per tutti i problemi e per tutti i conflitti, ma proprio perché questa investitura è deludente, aumenta la tendenza a somministrarlo, determinando il circolo vizioso in cui il bambino in questa situazione sviluppa ansia, rabbia e frustrazione che i genitori cercano di sedare con il cibo.
Inevitabilmente il bambino non riesce più a distinguere i suoi reali bisogni, i suoi stimoli endogeni, perché questi vengono negati e sopraffatti dai genitori, che impongono i loro bisogni al figlio che non riesce così a sviluppare una situazione di autonomia e di identità, che diventerà obeso non riuscendo a distinguere due stimoli fondamentalmente diversi, ossia la fame e la voracità, in cui predomina quest’ultima proprio perché collegata a stimoli psichici come l’ansia e la rabbia.
Nasce così la prima modalità di risposta, ossia quella di “ingoiare” tutto, perché di fronte ad una coppia in perenne conflitto che non si separa mai e che vive drammaticamente le separazioni, il soggetto è costretto ad una identificazione con l’intera coppia; egli deve introiettare due genitori perché lui non può deluderli, non può separarli, identificandosi con l’uno o con l’altro, ed inoltre in questo caso assistiamo al fatto che una conflittualità-ostilità, anziché favorire una separazione, tende invece a rinsaldare il legame, non solo tra i due partner della coppia, ma tra questa e il figlio.
Ed è questa mancanza di autonomia e di libertà, questa mancanza di identità, una caratteristica peculiare dell’obeso, insieme alla tendenza a non poter esprimere minimamente una possibilità di aggressività, di opposizione. Non sanno dire di no, non sanno rifiutare le situazioni: “ingoiano”, nel timore che ogni rifiuto sia altamente ostile o pericoloso, forse distruttivo, come hanno appreso dalla dinamica del rapporto genitoriale, gestita all’insegna del disprezzo, della non sopportazione, ma anche della impossibilità a separarsi (Fairburn, 1997; Selvini Palazzoli et al., 1998).
Un’altra possibilità, invece, è quella di mentire, ossia manifestare la tendenza a crearsi una situazione fantastica, diversa, che si cerca di contrapporre a quella reale frustrante; il soggetto cerca quindi di crearsi un falso Sé nel quale nascondere un Io debole, dipendente, insicuro; l’evoluzione di questa situazione può essere verso una obesità più o meno stabile, con tentativi di sottoporsi ad una dieta, che al di là della riuscita non è sufficiente a risolvere la conflittualità psicologica del soggetto. L’obeso, inoltre, quando decide di dimagrire, connota il dimagrimento di forti fantasticherie magiche, come il diventare bello, l’essere ammirato, il riuscire nella vita, ma quando si avvicina a traguardi accettabili di peso, torna rapidamente indietro, per timore di doversi confrontare con la realtà e dover dimostrare capacità che sa di non avere, e così l’obesità continua ad essere mantenuta, come falso senso di sicurezza e di forza (Sassaroli, 1999).
Spesso il cibo viene offerto al piccolo come surrogato dell’affetto. E questo fa si che il bambino una volta adulto, tutte le volte che si sentirà triste, si consolerà mangiando. Inoltre, sembra che i soggetti predisposti maggiormente all’obesità siano stati bambini molto dipendenti, con un legame con la mamma di tipo simbiotico. Questo vincolo, infatti, non permette al bambino di trovare lo spazio sufficiente per diventare psicologicamente maturo.

Lopez et al. (2000) hanno esaminato le modalità comunicative in famiglie messicane con figli obesi e non. Dalle conversazioni, registrate ed analizzate tramite varie metodologie (Minuchin et al., 1957; Watzlawick et al.,1978; Haley, 1990) emerge che, nelle famiglie con bambini obesi, i padri utilizzavano spesso messaggi mistificatori e meta-messaggi, mentre le madri utilizzavano spesso dei messaggi di rifiuto, ed i bambini tendevano ad evitare il conflitto. Nelle famiglie di bambini non obesi, genitori e figli utilizzavano maggiori espressioni che riguardavano l’attenzione all’aspetto fisico.

In ultimo non dobbiamo dimenticare dell’importanza che riveste l’alimentazione per l’instaurarsi di una salda relazione tra madre e bambino. Quando il bambino ha fame viene attivato il comportamento di attaccamento, come motivazione primaria, che ha lo scopo di ottenere la fiduciosa vicinanza della madre e il contatto con lei per poter ristabilire un equilibrio affettivo (Ammaniti, 2001). Nel caso in cui non si instaurasse questo scambio naturale tra bambino e cargiver, questo influirebbe nell’instaurarsi di un buon attaccamento e anche sul “sano” sviluppo del comportamento alimentare.

More

Il lutto

Il lutto


“C’è una ragione per ogni cosa. Anche alla morte c’è una ragione. E anche all’amore perduto. Se la morte ce lo porta via rimane sempre un amore. Assume una forma diversa, nient’altro. Non puoi vedere la persona sorridere, non le porti da mangiare, non le arruffi i capelli… Ma quando questi sensi s’indeboliscono, un altro si rafforza. La memoria. Essa diviene tua compagna. Tu la alimenti, tu la serbi, ci danzi assieme.
La vita deve avere un termine, l’amore no”

Mitch Albom, Le cinque persone che incontri in cielo

La morte è una parola che di solito spaventa, tanto da essere a volte esclusa del nostro vocabolario poiché appare come un argomento tabù. Dimentichiamo che è un processo naturale della vita e che come tale, dobbiamo imparare a gestirlo. Non è un tema facile – non c’è dubbio – ma, con un aiuto mirato il lutto può essere elaborato efficacemente.

Il lutto si definisce come un sentimento d’intenso dolore provocato dall’interruzione di un legame importante, di solito una persona cara, ma anche per la perdita di una situazione (abbandono della persona amata) o anche nel caso della perdita fisica di una parte di sé (come l’amputazione di un arto del corpo). Questo provoca un periodo contraddistinto da sentimenti di tristezza, pianto, insonnia, rabbia, e dell’idea che il dolore non arriverà mai ad una fine, che la vita non abbia più senso dopo la perdita subita, sia essa una persona o una situazione.

Di solito il lutto è un processo naturale come risposta alla perdita patita e con il tempo questi sentimenti di tristezza tendono a scomparire. Il lutto è suddivisibile in una serie di fasi (Elisabeth Kübler Ross), in cui diversi sono i sentimenti esperiti, fino a giungere all’accettazione della perdita. Sinteticamente le fasi possono essere riassunte in:
Negazione: la persona non crede che l’abbandono sia reale, vi è quindi una negazione dell’accadimento, un senso di irrealtà nei confronti dello stesso;
Rabbia: il sentimento prevalente una volta aumentata la consapevolezza dell’accadimento è un pervasivo sentimento di rabbia, spesso caratterizzato dalla consapevolezza della propria impotenza;
Negoziazione: esaurita la rabbia, la persona cerca di dare una spiegazione all’accaduto, ossia di comprendere i motivi che possono aver portato alla perdita;
Depressione: la persona ha maturato la consapevolezza che la perdita è un qualcosa di irreversibile e proprio tale consapevolezza conduce ad uno stato di diffuso sconforto e tristezza, momento indispensabile e propedeutico all’ultima fase:
Accettazione: in questa fase la persona ha “assimilato” la perdita. L’evento luttuoso è stato contestualizzato e metabolizzato. Si parla in questi casi di “lutto elaborato”.

Accade tuttavia in alcuni casi che la persona non riesca a giungere ad una corretta metabolizzazione del lutto (in gergo definito come “lutto complicato”): in questi casi si incorre in una condizione patologica. Secondo i manuali di riferimento, la discriminante tra un “lutto complicato” e un “lutto non complicato”, sta primariamente nel lasso temporale necessario (tra i 6 e i 12 mesi) all’elaborazione del lutto; nel caso tale elaborazione o metabolizzazione non sia raggiunta, allora potrebbe essere utile l’intervento di uno psicologo (venendosi a creare una situazione di “lutto patologico”).

Cosa significa “lutto patologico”?

Tale termine identifica una condizione in cui il lutto è eccessivamente intenso oppure presenta una durata maggiore rispetto a quella invece considerata “fisiologica” (quindi superiore ai 12 mesi). È tuttavia importante ponderare il lutto subito, ossia contestualizzarlo e prendendo in esame una serie di variabili:
Causa del decesso: la morte traumatica (trauma dal greco “ferita”) è la perdita di una persona cara a causa di un evento improvviso o violento, come un omicidio, incidente o suicidio, e le reazioni al inizio sono di solito molto forti, oltre a non esservi l’occasione per dire le ultime parole alla persona scomparsa. In questo caso – comprensibilmente – il tempo necessario all’elaborazione sarà superiore e la presenza supportiva di un professionista può essere senz’altro utile nella gestione dell’impatto del trauma. Una situazione invece di morte annunciata è invece quella in cui una persona è passata per un periodo di sofferenza. Questo è ad esempio il caso di un lungo periodo di malattia, in cui parenti e amici hanno del tempo per raggiungere la consapevolezza di una imminente separazione.
Contesto socio-culturale: è noto che ogni cultura contestualizza il lutto in modo diverso. Non solo gli aspetti religiosi quindi (diverse religioni vedono la morte quale “momento” di passaggio verso una “vita ultraterrena”), ma anche i rituali e gli atteggiamenti da mantenere in occasione di un lutto e di un funerale rivestono un ruolo essenziale, soprattutto per ciò che concerne l’espressione delle emozioni.
Grado di parentela: la perdita di un genitore oppure di un figlio (sono numerosi gli studi e gli articoli che sostengono che un tale tipo di perdita produca il lutto più complicato da superare) sono le più dolorose, proprio per una questione di vicinanza affettiva.
Età della persona scomparsa: la morte di un bambino o una persona giovane è in generale una morte più difficile da accettare, poiché ritenuta per certi versi “contro natura”; al contrario la morte di una persona anziana è – seppur dolorosa – comunque più facilmente accettabile.

Il lutto non è un disturbo classificato dal Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-IV-TR), ma viene riportato all’interno della categoria “Ulteriori condizioni che possono essere oggetto di attenzione clinica” e in occasioni alcuni soggetti mostrano sintomi caratteristici di un Episodio Depressivo Maggiore.

In cosa consiste un supporto psicologico nei casi di “lutto complicato”?

Non esiste un programma standard o predefinito per imparare ad affrontare la perdita di una persona cara, tuttavia un approccio senz’altro utile è quello orientato all’espressione delle emozioni, siano esse positive o negative. Riuscire a liberarsi dei carichi emozionali elicitati dalla perdita di una persona cara è uno dei primi importanti passi verso una funzionale elaborazione del lutto.
Elemento fondamentale è tenere a mente che è necessario lasciar trascorrere del tempo, affinché si riesca a superare il dolore della perdita e assimilare la consapevolezza che la persona deceduta resterà comunque sempre nei propri ricordi. Obiettivo fondamentale di una adeguata elaborazione del lutto è quindi il riuscire ad interiorizzare la persona perduta, oltre ai ricordi ed ai sentimenti ad essa collegati.

More

Quanto pesa la felicità?

Quanto pesa la felicità?


“Non avrò mai più fame… Avevo tredici anni e avevo smesso di crescere.
Non crescerò più – mi ero detta. Non mangerò che il necessario. Quello che serve per sopravvivere”.

“Piccola” – Geneviève Brisac

“Una volta ero piccola, ero senza parole. Ero piccola e senza parole.
Una volta ero molto leggera, pesavo pochi chili.
Una volta c’erano solo tre o quattro chili di me, solo pochi chili di me, solo pochi chili avevano il mio nome”

“Ossicine” – Mariangela Gualtieri

“Fin da bambina, Ida aveva sentito di non meritare tutti i privilegi e i benefici offertile dalla famiglia perchè le era sembrato di non essere sufficientemente brillante. Le venne in mente un’immagine: lei era come un passerotto in una gabbia dorata, troppo insignificante e semplice per la sua casa lussuosa, ma anche privata della libertà di fare quello che veramente avrebbe voluto”
“La gabbia d’oro” – Hilde Bruch

Anoressia. E’ così che chiamiamo la loro malattia. Ma la loro sofferenza che nome ha?
Nell’anoressia, infatti, la “forma” del disagio, o il “linguaggio” con cui il sintomo parla, si esprime attraverso il corpo.
Ascoltare e far emergere questo “urlo” di dolore può aiutare a rivelare cosa voglia dire effettivamente alla famiglia una persona anoressica: perché il malessere di una ragazza colpita da questa malattia è un malessere comune della famiglia, che ella però giudica solo suo.
Gli incontri ad orientamento sistemico-relazionale coinvolgono la famiglia del paziente designato e, ove possibile e necessario, le famiglie di origine, al fine di andare alla ricerca della radice profonda che ha nel tempo scatenato il sintomo. L’intervento psicologico rivolto all’intero sistema familiare aiuta i genitori a riappropriarsi dei propri strumenti e delle risorse emotive e di sostegno di cui spesso pensano di non essere più in possesso. Permette inoltre alla famiglia di iniziare a leggere correttamente il linguaggio di un sintomo che può arrivare ad essere devastante per tutti.
L’assunzione del linguaggio del corpo nel linguaggio della terapia finisce per dilatarsi a co-creare una lingua comune di quel nuovo corpo che è il sistema terapeutico. Ed è questa lingua comune che, per riprendere la metafora anoressica, può diventare lingua di nutrimento e di sviluppo.

More

La cura di chi si prende cura

La cura di chi si prende cura

Tra le pieghe della sofferenza che spesso attanaglia molte famiglie, c’è una realtà nota ma difficile da immaginare e che talvolta, mi permetto di dire, non ha la giusta attenzione nei settori che si occupano del benessere globale del singolo: il “caregiving”, ossia il prestare cure.
Attività lodevole, è spesso inevitabile, difficile e destabilizzante per colui che si ritrova in questo ruolo.

Con una società che invecchia e tutta una serie di gravi disabilità non mortali, ma comunque difficili da gestire giorno per giorno, sono tantissime le famiglie che vengono a contatto con la difficoltà dell’assistenza continuativa, laddove un proprio congiunto si ritrovi al centro di una sequela di amorevoli doveri necessari alla sopravvivenza. Sono situazioni taciute, ma di certo non rare.
Alla parola cura, infatti, spesse volte si associa la parola malattia, sia fisica che mentale, tale per cui la persona malata dipende esclusivamente dalle cure dell’altro. Nella maggior parte di casi si parla del prendersi cura di un familiare con una malattia più o meno grave, verso il quale si provano una serie di emozioni.

I caregiver informali, ossia i familiari che dedicano tempo al malato a titolo gratuito, sono quasi profili umani in secondo piano rispetto all’accudito, spesso restano al di fuori dell’attenzione, anche se la loro attività è fondamentale. Si tratta di persone non di rado stanche, frustrate, ma coraggiose e tenaci, intenzionate a rendere la vita dei propri amati la più dignitosa possibile; le loro condizioni psicologiche però non vengono considerate abbastanza, prima di tutto da loro stessi (che non hanno il tempo, le energie e il denaro per curare sé).
Compongono realmente un universo di bisogno, un universo punteggiato da una moltitudine di peculiarità, e anche nel caregiving familiare dobbiamo tener presente le diverse esigenze delle singole patologie che affliggono il paziente: sempre psico-fisicamente onerose, ma non sovrapponibili, le attenzioni da prestare per esempio a una persona mielolesa, rispetto alla cura di chi è affetto da demenza. I problemi comportamentali, cognitivi, funzionali o fisici che caratterizzano l’accudito modificano di molto anche gli stili di vita del caregiver.

Ho trovato molti studi e statistiche statunitensi sull’accudimento, raccolte di dati che avvengono attraverso questionari, e tra questi ad esempio il “Caregiving Appraisal Scale” di M. Powell Lawton, Miriam Moss, Christine Hoffman e Margaret Perkinson (2000), che sonda i sentimenti e il vissuto di questa prode e silenziosa categoria. E ciò che emerge da queste diverse raccolte di informazioni è la medesima situazione: il caregiver esperisce rabbia, stanchezza, senso di colpa (per il timore di non essere adeguato al compito), o percezione di una propria supposta e percepita “inutilità”.
La tensione del caregiver finisce per manifestarsi anche sul piano fisico (già provato dalle incombenze pratiche) ed è quindi più facile trovare in questi soggetti problemi gastrici, mal di testa, dolori dovuti magari anche alle manovre pesanti che attuano, e tutta una serie di disfunzioni immunitarie e problematiche che spesso derivano anche dal non avere tempo e risorse per poter curare se stessi. L’assenza di spazi dedicati al proprio benessere può essere deleteria, e comportamenti alimentari e abitudini che sono sfogo (come alcool o fumo) portano nel lungo termine a conseguenze nefaste per il fisico, e non sono da sottovalutare gli inevitabili effetti che si hanno a livello cardiaco e globalmente, mantenendo livelli di tensione emotiva così elevati, costantemente.

E dal punto di vista prettamente psicologico?

Sono i sintomi depressivi e i problemi d’ansia il vissuto più diffuso nel caregiving, due tristi compagni che vengono lievemente scalfiti da fattori quali: l’età (un giovane è più in grado di gestire e maneggiare la cura quotidiana); lo stato socio-economico (chi ha più denaro può meglio organizzarsi e talvolta delegare alcune incombenze); la capacità di reperire informazioni del caregiver (più si può capire e comprendere, più si ha la sensazione di aver un minimo di controllo sulla situazione).

Per quanto sia certo che in queste esistenze messe a dura prova esistano zone di luce e sentimenti bellissimi (un’esperienza della grandezza dei legami umani), le conseguenze di questi ritmi possono essere notevoli. Soprattutto quando la malattia “entra” all’interno della famiglia e il riassetto familiare assume una nuova connotazione. Avvengono cioè una serie di cambiamenti inevitabili, legati ad esempio alla perdita del ruolo indipendente del malato, ai cambiamenti di responsabilità all’interno del gruppo familiare, alla modificazione dei ritmi di vita e di lavoro, alle possibili difficoltà economiche e di dispendio energetico: da una parte quindi vi è il normale lavoro quotidiano, dall’altra la cura individuale dell’ammalato che “colpisce” ogni membro della famiglia. Tutto deve essere nuovamente pianificato. Si rompe un equilibrio omeostatico caratteristico della famiglia che è costantemente sottoposta ad uno stato di stress, di ansia e di tensione. Le relazioni familiari soffrono di questa nuova situazione e alle volte i membri della famiglia non ce la fanno ad adattarsi alla dolente condizione.
Sono proprio i familiari coloro i quali necessitano di maggior supporto e assistenza in quanto il percorso psicologico per accettare la malattia è simile a quello di chi vive una situazione di lutto (situazione di perdita e rinuncia). Il processo reattivo della scoperta della malattia si evolve attraverso 4 fasi:

-fase di shock è immediatamente successiva alla diagnosi, comporta vissuti catastrofici tali per cui il sistema familiare tende anche a negare la realtà;

-fase di reazione dove la realtà si “impone”. Evento che suscita angoscia, disperazione, rabbia, amarezza;

-fase di elaborazione in cui la famiglia cerca un senso ed una risposta a ciò che sta accadendo;

-fase del ri-orientamento: la famiglia si riprende la propria esistenza includendo in essa l’esperienza di malattia e tutto ciò che comporta.

Quanto fin qui detto ci ha fatto intendere il dolore che invade una famiglia quando un membro della stessa si ammala e quanto bisogno di comprensione e di ascolto hanno le singole emozioni contrastanti che circolano all’interno della famiglia nel… prendersi cura.

More

Il Disturbo di Panico nell’esperienza clinica di un servizio universitario

Il Disturbo di Panico nell’esperienza clinica di un servizio universitario


Il “disturbo di panico” (DP) rappresenta oggi una delle patologie emergenti e in progressiva espansione. Ciò che caratterizza il panico è l’esperienza travolgente dell’angoscia, che sembra non avere alcuna forma di contenimento e che si esprime a livello somatico con una serie di sensazioni fisiche che suscitano nel paziente la convinzione di essere sul punto di morire, di impazzire, o di perdere il controllo.

Articolo pubblicato su rivista “Psicobiettivo” Vol.XXXIV – Febbraio 2014

More

La sindrome dell’impostore: la paura di non essere quello che gli altri pensano

La sindrome dell’impostore: la paura di non essere quello che gli altri pensano


“Prima o poi si accorgeranno che non sono brava come pensano, che in realtà finora li ho imbrogliati tutti”

Alzi la mano chi, specialmente se donna, non l’ha mai provato. Avere raggiunto almeno parte dei propri obiettivi, un ruolo professionale se non proprio di successo, di qualche importanza, ma invece di gioirne, congratulandosi con se stessa per le proprie capacità, la tenacia e l’impegno, si avverte una sensazione sottile e sgradevole: quella di essere in qualche modo “fuori posto”, fuori luogo e soprattutto di non meritare realmente il plauso ottenuto. Con un corollario di convinzioni al limite del masochista, come “Se ci sono riuscita io possono farcela tutte”, “Prima o poi si accorgeranno che non sono brava come pensano”, “Il mio successo? Semplice fortuna, niente di più”.

Si chiama “Sindrome dell’impostore”, colpisce studentesse e professioniste affermate, dive del cinema come la grande Meryl Streep, e donne della comunicazione.

Si tratta di un fenomeno soprattutto femminile, quel sentirsi piccola e confusa come una scolaretta di fronte a situazioni o eventi professionali che in realtà si è in grado di padroneggiare perfettamente. Situazioni in cui si tende ad apparire compunte e un po’ terrorizzate proprio quando si avrebbero tutte le carte per emergere e farsi vedere invece sicure e competenti. E’ come se le critiche, o piuttosto la paura di riceverne, ci facessero regredire, dimenticare i successi e i risultati comunque ottenuti. E se non siamo noi stesse a farci vedere convinte delle nostre capacità, nessun altro ci darà credito.
Le vere vittime della “sindrome” sono principalmente donne capaci, in gamba, preparate, bravissime a svalutarsi, a nascondersi dietro giustificazioni risibili, a dare agli altri il merito del proprio successo.. al punto di sbagliare apposta (arrivando tardi, riempiendosi di impegni in modo da non avere tempo per prepararsi a dovere, addirittura curando maniacalmente i dettagli di un lavoro, un libro, una presentazione, senza concludere mai) un esame, una presentazione o un colloquio importante proprio per poter dire a se stesse: “Hai visto? Non ci sei riuscita, non valevi abbastanza”.

Ma questa “sindrome” è un tratto caratteriale, riflesso di una personalità ansiosa, o una strategia sociale più o meno consapevole?

Nel 2000 alcuni ricercatori della Wake Forest University conclusero che molti di questi “presunti impostori” adottavano l’autosvalutazione come strategia sociale, quand’anche inconsapevolmente, ed erano segretamente più sicuri di sé di quanto rivelassero. Mi vengono in mente tanti studenti secchioni che prima di un esame dicono a tutti “Non ho studiato nulla! Non so niente!” e poi tornano con un bel 30 tondo tondo. E’ infatti proprio in circostanze come queste che le persone tendono ad affermare che non sono brave come gli altri pensano. In questo modo abbassano le aspettative degli altri e si accreditano come “umili”. La sindrome dell’impostore sembra quindi più una strategia di autopresentazione tesa a diminuire le aspettative degli altri in merito alla propria prestazione che un tratto di personalità.
Nonostante questo, le persone che nutrono queste convinzioni tendono ad avere meno fiducia in sé stesse, sono più volubili e vengono colpite più frequentemente da ansie da prestazione.
Da un lato, dunque, una distorsione cognitiva nella valutazione di sé, dall’altro una propensione, più spiccata per alcuni, a “mettere le mani avanti”. Probabilmente un equilibrio fra le due cose può restituirci il senso adeguato e realistico di quello che siamo davvero. Quale trucco, allora, per uscirne?
Un modo può essere “autopremiarsi” per ogni nostro successo, piccolo o grande che sia. O rispondere semplicemente “grazie” a chi ci fa i complimenti, lasciando perdere, per una volta, frasi del tipo “figurati, non era importante”, oppure “ma il merito non è (solo) mio”.
In certi casi, però, il terrore di essere “scoperti” può diventare paralizzante, tanto da richiedere un cambiamento di mentalità, un modo nuovo di vedere le cose. Per arrivare, un giorno a dire, come la tostissima Margaret Thatcher: “Non sono stata fortunata. Tutto quello che ho ottenuto me lo sono meritato”.

More