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“Non si può risolvere un problema con la stessa mentalità che lo ha generato”
Albert Einstein

La sindrome dell’impostore: la paura di non essere quello che gli altri pensano

La sindrome dell’impostore: la paura di non essere quello che gli altri pensano


“Prima o poi si accorgeranno che non sono brava come pensano, che in realtà finora li ho imbrogliati tutti”

Alzi la mano chi, specialmente se donna, non l’ha mai provato. Avere raggiunto almeno parte dei propri obiettivi, un ruolo professionale se non proprio di successo, di qualche importanza, ma invece di gioirne, congratulandosi con se stessa per le proprie capacità, la tenacia e l’impegno, si avverte una sensazione sottile e sgradevole: quella di essere in qualche modo “fuori posto”, fuori luogo e soprattutto di non meritare realmente il plauso ottenuto. Con un corollario di convinzioni al limite del masochista, come “Se ci sono riuscita io possono farcela tutte”, “Prima o poi si accorgeranno che non sono brava come pensano”, “Il mio successo? Semplice fortuna, niente di più”.

Si chiama “Sindrome dell’impostore”, colpisce studentesse e professioniste affermate, dive del cinema come la grande Meryl Streep, e donne della comunicazione.

Si tratta di un fenomeno soprattutto femminile, quel sentirsi piccola e confusa come una scolaretta di fronte a situazioni o eventi professionali che in realtà si è in grado di padroneggiare perfettamente. Situazioni in cui si tende ad apparire compunte e un po’ terrorizzate proprio quando si avrebbero tutte le carte per emergere e farsi vedere invece sicure e competenti. E’ come se le critiche, o piuttosto la paura di riceverne, ci facessero regredire, dimenticare i successi e i risultati comunque ottenuti. E se non siamo noi stesse a farci vedere convinte delle nostre capacità, nessun altro ci darà credito.
Le vere vittime della “sindrome” sono principalmente donne capaci, in gamba, preparate, bravissime a svalutarsi, a nascondersi dietro giustificazioni risibili, a dare agli altri il merito del proprio successo.. al punto di sbagliare apposta (arrivando tardi, riempiendosi di impegni in modo da non avere tempo per prepararsi a dovere, addirittura curando maniacalmente i dettagli di un lavoro, un libro, una presentazione, senza concludere mai) un esame, una presentazione o un colloquio importante proprio per poter dire a se stesse: “Hai visto? Non ci sei riuscita, non valevi abbastanza”.

Ma questa “sindrome” è un tratto caratteriale, riflesso di una personalità ansiosa, o una strategia sociale più o meno consapevole?

Nel 2000 alcuni ricercatori della Wake Forest University conclusero che molti di questi “presunti impostori” adottavano l’autosvalutazione come strategia sociale, quand’anche inconsapevolmente, ed erano segretamente più sicuri di sé di quanto rivelassero. Mi vengono in mente tanti studenti secchioni che prima di un esame dicono a tutti “Non ho studiato nulla! Non so niente!” e poi tornano con un bel 30 tondo tondo. E’ infatti proprio in circostanze come queste che le persone tendono ad affermare che non sono brave come gli altri pensano. In questo modo abbassano le aspettative degli altri e si accreditano come “umili”. La sindrome dell’impostore sembra quindi più una strategia di autopresentazione tesa a diminuire le aspettative degli altri in merito alla propria prestazione che un tratto di personalità.
Nonostante questo, le persone che nutrono queste convinzioni tendono ad avere meno fiducia in sé stesse, sono più volubili e vengono colpite più frequentemente da ansie da prestazione.
Da un lato, dunque, una distorsione cognitiva nella valutazione di sé, dall’altro una propensione, più spiccata per alcuni, a “mettere le mani avanti”. Probabilmente un equilibrio fra le due cose può restituirci il senso adeguato e realistico di quello che siamo davvero. Quale trucco, allora, per uscirne?
Un modo può essere “autopremiarsi” per ogni nostro successo, piccolo o grande che sia. O rispondere semplicemente “grazie” a chi ci fa i complimenti, lasciando perdere, per una volta, frasi del tipo “figurati, non era importante”, oppure “ma il merito non è (solo) mio”.
In certi casi, però, il terrore di essere “scoperti” può diventare paralizzante, tanto da richiedere un cambiamento di mentalità, un modo nuovo di vedere le cose. Per arrivare, un giorno a dire, come la tostissima Margaret Thatcher: “Non sono stata fortunata. Tutto quello che ho ottenuto me lo sono meritato”.

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